Ecosistemi marini a rischio: nuove specie non-autoctone nei nostri mari
Il team di ricercatori ENEA, in collaborazione con l'Università di Pavia e il Smithsonian Environmental Research Center, hanno condotto alcuni studi per esaminare la biodiversità delle zone acquatiche nel Golfo di La Spezia. I risultati hanno rivelato la presenza di nuovi organismi provenienti da aree caraibiche e asiatiche. Ecco i dettagli della ricerca.

Negli ultimi anni si è spesso parlato dei diversi problemi che interessano la salute degli ecosistemi marini: dalle attrezzature utilizzate per la pesca eccessiva fino all’inquinamento da combustibili e plastica.
Un ulteriore tema su cui bisognerebbe riflettere è l’alterazione della biodiversità, che caratterizza questi ecosistemi nei diversi luoghi del pianeta; a tale riguardo un ricerca, promossa dagli scienziati di ENEA, l’Università di Pavia e il SERC (Smithsonian Environmental Research Center), ha rivelato la presenza di specie aliene nei nostri mari, in particolar modo nel Golfo di La Spezia, dove sono state rintracciate delle forme di vita non autoctone.

In che modo si è arrivati a questa scoperta? I ricercatori hanno ripreso un protocollo americano che è stato ideato dal biologo marino Gregory Ruiz ed è in uso nelle zone oceaniche ormai da venticinque anni.
Hanno posizionato, quindi, dieci pannelli in PVC a un metro di profondità in ogni diverso punto del golfo, ad esempio a Porto Venere, Fezzano, La Spezia fino a Santa Teresa, presso Lerici. Questa tipologia di attrezzature serve a studiare e monitorare la colonizzazione degli organismi marini nei substrati artificiali ad alto rischio di introduzione, quali moli, pontili o scafi di imbarcazioni.
In queste settimane i campioni raccolti sono stati analizzati biologicamente nei laboratori del Centro Ricerche Ambiente Marino ENEA di Santa Teresa.
Abbiamo già notato – spiega Agnese Marchini, Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Pavia, in un video YouTube del campus universitarioabbondanza di specie caraibiche e specie giapponesi, che non dovrebbero essere qua. Queste specie possono soppiantare le nostre native e creare una omogeneizzazione e, quindi, una riduzione della biodiversità locale e delle peculiarità locali delle aree”.

Oltre alla presa di coscienza dell’esistenza di ulteriori varietà alloctone, i test permettono di ricavare informazioni sulle modalità con le quali questi organismi invasivi sono giunti fino al Mediterraneo. Gli studiosi si augurano di creare entro il 2019 una ‘serie storica’ per arrivare a comprendere nel dettaglio questi fenomeni.
Il nostro obiettivo – conclude la biologa – è di riuscire a mantenere questo monitoraggio negli anni a venire e di valutare nel tempo il fenomeno delle invasioni biologiche, costruendo una serie di dati a lungo termine che siano resi confrontabili con altre realtà internazionali”.

 

Crediti immagine di copertina: ENEA