Inquinamento, gli allevamenti intensivi sono più dannosi delle automobili
Greenpeace ha reso nota una ricerca che ha evidenziato come le emissioni annuali degli allevamenti siano cresciute del 6% tra il 2007 e il 2018, una percentuale che equivale a 39 milioni di tonnellate di CO2. "Non possiamo evitare - questo l'allarme lanciato dall'organizzazione non governativa ambientalista e pacifista - le conseguenze peggiori della crisi climatica se a livello politico si continua a difendere a spada tratta la produzione intensiva di carne e latticini".

Nell’Unione Europea il 17% delle emissioni di gas serra sono da ricondurre agli allevamenti intensivi, una quantità che supera la somma di tutte le auto e i furgoni in circolazione messi insieme. È questo quanto emerso dall’analisi Foraggiare la crisi – In che modo la zootecnia europea alimenta l’emergenza climatica, pubblicata da Greenpeace lo scorso 24 settembre. Dalla ricerca si evince come senza una sensibile riduzione del numero di animali allevati non sarà possibile raggiungere gli obiettivi definiti dell’Accordo di Parigi sul clima: le emissioni annuali degli allevamenti, infatti, sono cresciute del 6% solo tra il 2007 e il 2018, un aumento che equivalente a 39 milioni di tonnellate di CO2 e che va ad aggiungersi alle 8,4 milioni tonnellate causate dall’utilizzo delle autovetture.

Il report
L’analisi di Greenpeace, inoltre, rivela che la zootecnia (disciplina che si occupa degli animali domestici utili all’uomo sotto il profilo genetico ed evolutivo, elaborando metodi di selezione a scopo di miglioramento delle razze e applicando tecniche di razionale sfruttamento) europea emette l’equivalente di 502 milioni di tonnellate di CO2 ogni 12 mesi. Se si considerano anche le emissioni indirette di gas a effetto serra, provenienti dalla produzione di mangimi, dalla deforestazione e da altri cambiamenti nell’uso del suolo, si nota che “quelle annuali totali attribuibili alla zootecnia europea sono equivalenti a 704 milioni di tonnellate di CO2, più delle emissioni annuali di tutte le auto e furgoni circolanti nell’Ue nel 2018 (655,9 Mt CO2eq). Non possiamo evitare le conseguenze peggiori della crisi climatica se a livello politico si continua a difendere a spada tratta la produzione intensiva di carne e latticini”.

La possibile svolta
Se ci fosse un cambio di rotta sul versante ‘allevamenti intensivi’ i benefici per l’ecosistema europeo (e naturalmente globale) sarebbero considerevoli. Greenpeace, in quest’ottica, afferma che l’ipotetica riduzione del 50% di questa pratica permetterebbe un risparmio di emissioni dirette di circa 250 milioni di tonnellate di CO2, quantità equiparabile alle emissioni nazionali annuali di Paesi Bassi e Ungheria messi insieme. Se la riduzione arrivasse addirittura al 75 per cento si registrerebbe un risparmio di gas serra di 376 milioni di tonnellate di CO2, più delle emissioni nazionali annue combinate di 13 paesi dell’Unione Europea. Per far fronte a questa criticità, l’Ue sta elaborando una nuova legge sul clima, aggiornando i suoi obiettivi climatici e definendo la PAC – Politica Comune Agricola per i prossimi sette anni. “Quello che la nostra analisi mostra chiaramente – si legge nella nota – è che un’azione credibile per il clima deve necessariamente includere la fine delle sovvenzioni pubbliche nella PAC per incrementare l’allevamento intensivo e utilizzare piuttosto il denaro pubblico per sostenere la riduzione del numero di animali allevati e aiutare gli agricoltori a una vera e propria transizione”.

Ridurre gli allevamenti per prevenire nuove pandemie
Un cambiamento responsabile non sarebbe solo a beneficio di ambiente e animali, ma anche per la salute umana nella prevenzione di emergenze sanitarie come il Coronavirus: “Agire per un profondo cambiamento della zootecnia europea non solo è necessario per affrontare i cambiamenti climatici, ma anche per prevenire nuove pandemie. L’allevamento intensivo di animali – ha concluso Greenpeace – ha un ruolo ben riconosciuto nell’emergere e nella diffusione di infezioni virali simili a Covid-19. Si stima che circa il 73 per cento di tutte le malattie infettive emergenti abbia origine negli animali e le specie allevate trasmettono un numero straordinario di virus alle persone”.


Foto di skeeze da Pixabay.