Arte dell’equilibrio #50 | Daniel Tarozzi, quali sogni sognerai?
Il direttore del nostro Journal è il 50esimo partecipante dell'iniziativa "Arte dell'equilibrio/Pandemopraxia" lanciata da Cittadellarte. Daniel Tarozzi, nel suo contributo, motiva il lettore a credere sempre nei propri sogni, sottolineando come la chiave per concretizzarli non sia nel "se", ma nel "come" realizzarli. L'ospite di questa puntata, inoltre, spiega come l'Italia sia ricca di soggetti e realtà che stanno lottando per cambiare concretamente il mondo, a discapito degli ostacoli e dell'immaginario distorto della nostra penisola che i mass media sono soliti dipingere. "Dobbiamo far emergere storie di cambiamento e smettere di rafforzare un immaginario decadente, denunciando i problemi ma raccontando con parimenti forza chi propone le soluzioni e le realizza". Daniel individua anche le soluzioni per far sì che i giovani abbiano gli stimoli per percorrere una strada virtuosa a partire dalla scuola: "Bisogna studiare per arricchire se stessi, la propria spiritualità e la propria consapevolezza. Il lavoro è un mezzo per vivere bene e soddisfare le proprie necessità primarie, non un fine su cui costruire la propria identità".

Quali sogni sognerai?

Già il sogno. Il sogno è alla base dell’agire umano. Quando nel 2012 partii per il mio viaggio in camper alla ricerca dell’Italia che Cambia, volevo incontrare persone in grado di cambiare concretamente in meglio il mondo. In questi otto anni ne ho incontrate migliaia. Donne, uomini, giovani, anziani, ricchi, poveri, colti, ignoranti, in città, in campagna, in periferia. Ovunque. E ogni volta mi sono chiesto cosa li accomunasse. E la risposta è stata sempre la stessa: la capacità di sognare l’impossibile e realizzarlo.
Sì perché se puoi sognarlo puoi farlo. Non a caso, secondo me, i mass media rinforzano quotidianamente un immaginario paralizzante, fatto di squallore, mediocrità, mercificazione, apatia.
La realtà è più avanti! Esiste un’Italia, un mondo, popolato da un’umanità magnifica, biodifferente, appassionata, che non si ferma di fronte ai problemi e alle sconfitte e che di fronte ad un obiettivo, un sogno, non si chiede SE può realizzarlo, ma COME. E qui sta la differenza. Se ti chiedi SE puoi combattere le mafie, costruire una moneta complementare, acquistare un magnifico casale senza avere soldi, conquistare la donna o l’uomo della tua vita, integrare le minoranze, e così via, la risposta probabilmente sarà no, non posso. Ma se di fronte a tutte queste tematiche, la domanda è COME puoi fare per realizzare il tuo obiettivo, il no non è previsto come ipotesi. E prima o poi la soluzione arriva.

E allora dobbiamo far emergere queste storie di cambiamento, dobbiamo smettere di rafforzare un immaginario decadente e marcescente, dobbiamo denunciare i problemi ma raccontare con parimenti forza chi propone le soluzioni, chi le realizza.
Pensate ai giovani, i cosiddetti NEET (è l’acronimo inglese di Neither in Employment nor in Education or Training, o anche Not in Education, Employment or Training, che indicano persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione). Quante volte abbiamo sentito i benpensanti criticarli. “Che schifo, questi giovani viziati non hanno voglia di fare niente”. Nessuno a chiedersi come mai. Cosa ha spento il fuoco di migliaia di adolescenti? Gli hanno rubato i sogni!

Come puoi aver voglia di fare qualunque cosa se da quando sei nato ti viene detto che vivi un Paese decadente, circondato da persone mediocri e se i mass media, ad ogni ora ed ogni giorno ti restituiscono mediocrità e vuoti stereotipi?
Fin dalla scuola educhiamo i ragazzi con i debiti… i debiti formativi… I debiti??? E gli diciamo che devono studiare per trovare un lavoro e poi – contemporaneamente – che non c’è più lavoro, c’è la crisi (c’è sempre la crisi, sempre). E poi… Ma guarda, questi giovani non hanno voglia di studiare. Ma se devono studiare per il lavoro e il lavoro non c’è… perché dovrebbero studiare?
E se gli raccontassimo che devono studiare per arricchire se stessi, la propria spiritualità, la propria consapevolezza… Se li guidassimo all’emozione dell’espansione della coscienza, la fame di sapere che li porta a comprendere il mondo e gli ricordassimo che il lavoro è un mezzo per vivere bene e soddisfare le proprie necessità primarie e non un fine su cui costruire la propria identità?
Se gli mostrassimo ogni giorno, su tutti i mass media, storie di cambiamento positivo reali, in modo da fargli venire voglia di replicarle, di mostrargli che si possono realizzare i propri sogni?
Se li rieducassimo a sognare, a sviluppare un sano senso critico, e a decostruire l’immaginario decadente e mercificante?
Cosa sognerò” mi chiedevi? “Sognerò un mondo in cui i talenti sono coltivati, l’armonia con tutte le creature viventi sia al primo posto, l’approccio non giudicante ci guidi ad ogni passo e un nuovo immaginario, sano e costruttivo, avrà spazzato via quanto costruito da TV e giornali negli ultimi 50 anni”.


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