Arte dell’equilibrio #57 | Cristina Marianello e Filippo Riniolo, come saluterete?
La studiosa di linguaggi e l'artista sono i 57esimi partecipanti all'iniziativa "Arte dell'equilibrio/Pandemopraxia" lanciata da Cittadellarte. I due ospiti della rubrica mettono in luce come è cambiato il modo di salutarsi nel post pandemia, analizzando l'importanza che il gesto in questione - nelle sue diverse forme - ha avuto nella storia e ricopre a livello sociale. "Non ci possiamo più toccare, e nella nostra cultura, più che mai, toccarsi è un gesto di educazione, di affetto, di rispetto (...). E allora sta al pensiero, all'immaginazione, inventarsi un saluto nuovo per una società cambiata che vive una distanza mai vista prima. Serve un linguaggio nuovo per dire cose vecchie come la nostra natura: i sentimenti, le emozioni, le volontà che animano le nostre giornate".

Come saluterai (saluterete)?
Per rispondere a una domanda così importante, vale la pena interrogarsi su che cos’è, davvero, il saluto.
Il saluto è l’inizio di un incontro. Di qualsiasi incontro. E ne rivela la natura, innanzi tutto con un gesto. Che sia un abbraccio, una stretta di mano, un inchino: il saluto racconta subito così tanto di quello che siamo, del luogo da cui veniamo e di che cosa accadrà da quell’incontro in poi. O, almeno, di quello che vorremmo che accadesse.
Salutando si accorciano le distanze. Lo fa il ‘buongiornissimo’ inviato su WhatsApp ad un gruppo di amiche con un font da far venire la pelle d’oca, ma anche l’incipit della preghiera più diffusa del cristianesimo (l’Ave Maria, appunto) che con una parola così piccola copre una distanza così abissale, inimmaginabile.

La scelta del saluto racconta le idee. È il pugno alzato dei compagni e la mano destra dei camerati. Molte grandi e terribili utopie nascevano con un saluto. Quando i tempi cambiano e c’è bisogno di plasmare un mondo nuovo, è dal saluto che ne riconosciamo il progetto condiviso. Ad ogni epoca nuova, un saluto nuovo.
Il saluto è sempre, in qualche forma, una profezia.

Ma la pandemia ha cambiato il nostro saluto. Non ci possiamo più toccare, e nella nostra cultura, più che mai, toccarsi è un gesto di educazione, di affetto, di rispetto. La stretta di mano, l’abbraccio e soprattutto il bacio, il più puro e democratico dei saluti, non si possono più scambiare a cuor leggero. E ci mancano, ci mancano come l’aria. Perché gli esseri umani vivono di pane, di acqua, ma anche di gesti fatti col cuore e senza pensarci troppo. Siamo animali sociali, è la nostra natura.

E allora sta al pensiero, all’immaginazione, inventarsi un saluto nuovo per una società cambiata che vive una distanza mai vista prima. Serve un linguaggio nuovo per dire cose vecchie come la nostra natura: i sentimenti, le emozioni, le volontà che animano le nostre giornate. Certo, nessuna invenzione potrà mai sostituire i baci, ma può annunciarci che dal lockdown siamo usciti diversi e, nel caso riuscissimo a cavarne un’invenzione bella, migliori.
Per reimmaginare un saluto bisogna partire dalle assenze, dalle parti monche di noi. Bisogna partire dalla bocca, e dal naso (per gli eschimesi, farsi nasino nasino è un bacio) coperti chissà per quanto tempo ancora. Perché, oltre che un bacio, la bocca è soprattutto un sorriso, timido o a denti svettanti al vento, che dice moltissimo di noi e dei nostri intenti. Oltre che un bacio, la bocca è un sussurro, un alito caldo di intimità che arriva ad annullare distanze sorprendenti e a stabilire contatti umani esclusivi e riservati. Con la bocca sprigioniamo una passione che anima tutto il corpo. Ma quell’alito, con tutto il resto, è bandito e coperto per uno scopo più grande, che ci mutila e protegge allo stesso tempo. Rinunciamo a bocca e naso strappandoci via tanta parte di quelle profezie quotidiane di cui improvvisamente abbiamo riscoperto il valore.

Il corpo umano, da sempre, compensa la mancanza di un senso sviluppando meglio quelli che gli rimangono. E, anche in questa pandemia, il nostro corpo deve riadattarsi per poter continuare a parlare con quella potenza che solo la comunicazione umana, unica e irripetuta nella storia dell’evoluzione, è in grado di generare.
La mascherina ci cambia, ma ci lascia le mani e soprattutto ci lascia gli occhi, il vero strumento dell’incontro. Capaci di fulminare o di far innamorare, solo gli occhi possono inventare un saluto nuovo, potente e intimo come le nostre rinunce. Gli occhi, da soli, possono dirsi un fiume di emozioni, un mare di idee, un libro di poesie, in meno di un istante.

Se la domanda è “come ci saluteremo?”, di certo la prima risposta è che continueremo a farlo con le braccia. Dalle braccia allargate alla mano che si agita. Dal pugno chiuso all’inchino. E non a caso menzioniamo solo il pugno: nel caso tu stia contemplando il saluto romano come opzione plausibile per la pandemia, questo articolo sta già scaricando sul tuo computer un virus che resetterà ogni cosa. Se il download non si avvia: clicca qui.

Ma, a prescindere da tutto, è il saluto fatto con gli occhi, quello che bisognerebbe incontrare più spesso e che varrebbe la pena allenare come strumento profetico dell’era Covid-19. L’augurio è di imparare sempre di più a interpretare lo sguardo dell’amore non ancora conosciuto, dell’amica a cui non bisogna spiegare niente, della nonna che guarda andare via il nipote con il timore che sia l’ultima volta che lo vede. Ma anche di chi sta sulla stessa nostra barca, di chi è dello stesso nostro umore, o di chi è della stessa nostra idea. Dando, giorno dopo giorno, sempre più peso ai gesti che ci siamo disabituati a valorizzare. Noi, sempre schermati da pc e cellulari, dobbiamo cambiare saluto per riscoprire un mondo in cui si possano accorciare le distanze senza contatto fisico, solo alzando lo sguardo. Un mondo che ci ricordi tutti i giorni quanto siamo ugualmente e splendidamente umani, nella più bella delle profezie ancora da realizzare.


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