Arte dell’equilibrio #79 | Neil Powell, come comunicherai?
L'artista e curatore è il 79esimo partecipante dell'iniziativa "Arte dell'equilibrio/Pandemopraxia" lanciata da Cittadellarte. Neil Powell riflette sul ruolo della tecnologia nel presente e nel futuro, sottolineando che "per quanto ci sforziamo di dotare il mezzo dell’internet e dell’OLED di significato e umanità, credo si sia in pochi a non essere in fondo coscienti del fatto che siano sterili sostituti all’interazione umana". L'ospite di questa puntata si sofferma poi sull'impatto della pandemia nella società moderna: "Il mio più sincero desiderio è che la cortina creata dal Covid non ci faccia perdere la parte vitale della nostra umanità, ossia la capacità di leggere la comunicazione dell’altro in modo olistico".

Come comunicherai?
Come comunicherai?” è la domanda che mi è stata posta, e che viene giustamente rivolta a tutti noi, in quello che sembra sempre più essere un mondo che sarebbe irriconoscibile ai nostri antenati; un mondo stracolmo di comunicazione, e tuttavia incomprensibilmente ancora più zeppo di fraintendimenti e giochi d’ombra, disseminati sia nella comunicazione a diffusione limitata sia nella comunicazione ad ampia diffusione.

Il rischio di questo nuovo mondo (non coraggioso come lo descriveva Huxley), con la sua pletora di canali e mezzi di comunicazione, è che – noi come specie – si venga fagocitati da questa giungla che è la quantità di comunicazione, a discapito della qualità. È importante ricordare che le sfuggenti iconografie di Zoom, Twitter, Teams e Instagram sono profonde esattamente 1 pixel (circa 0.26 millimetri). Per quanto ci sforziamo di dotare il mezzo dell’internet e dell’OLED di significato e umanità, credo si sia in pochi a non essere in fondo coscienti del fatto che siano sterili sostituti all’interazione umana. Sostengo anzi che, attraverso il miracolo del digitale, l’interazione sia stata soppiantata dalla transazione; se avete dei dubbi su questa mia affermazione, pensate all’ultima volta che avete fatto una conversazione online congetturale e sconclusionata (e divertente!), con le nuance, la seduttività o il malcontento di un impercettibile linguaggio fisico, di momentanee espressioni facciali ed espressivi gesti delle mani.

Sareste a questo punto giustificati a credere che io sia una sorta di luddista o un indiano del XVIII secolo che si arrende al timore che la webcam mi possa rubare l’anima, pronto a demolire l’apparato del mondo moderno. Non è proprio così. Ma non posso continuare a eludere la domanda iniziale, e ciò a cui voglio arrivare è che c’è qualcosa di insostituibile nell’integrità dell’incontrarsi di persona e fisicamente dove e quando sarà di nuovo possibile. Il mio più sincero desiderio è che la cortina creata dal Covid non ci privi totalmente di questa possibilità, creando nuove fobie legate all’intimità o facendoci perdere la parte vitale della nostra umanità, ossia la capacità di leggere la comunicazione dell’altro in modo olistico: la totalità del corpo, il baluginio di un’emozione, un impeto di rabbia o empatia. Qualche anno fa mi sono sentito rincuorato quando ho cercato di aprire un conto corrente in una vecchia banca a gestione familiare e il direttore ha insistito che per potermi aprire un conto era necessario che mi incontrasse di persona e mi ‘ispezionasse’. Voleva sentire la fermezza della mia stretta di mano, mi disse. Un test interessante.

I viaggi e altre emissioni di diossido di carbonio legate al nostro stile di vita ci si sono ritorti contro, e la possibilità di  incontrare potenzialmente alcuni o tutti gli appartenenti al nostro circolo di comunicazione è giustamente messa a dura prova. Anzi, il XXI secolo ha mostrato al genere umano che il pianeta è limitato, anche se le aspirazioni umane, rappresentate dai social, non lo sono. Come menzionato da altri commentatori, c’è qualcosa di fondamentalmente problematico in una società o specie che è essenzialmente acquisitiva/espansiva non solo a discapito di altre specie, ma anche della propria sopravvivenza. Il capitalismo acquisitivo, accompagnato dal miraggio patologico di una crescita economica perpetua, è un progetto a breve termine destinato a fallire; ecologicamente limitato o esistenzialmente necrotico, a seconda della prospettiva/aspettativa di vita. Le piattaforme social sono parte dello stesso problema: l’idea che l’acquisizione di riserve infinite di ‘amici’ su Facebook, ‘follower’ su Twitter e ‘contatti’ su LinkedIn sia un segno di celebrità individuale o, anche peggio, della capacità di comandare il pensiero, è assolutamente falsa.

Alla luce di tutto questo, mi sono reso conto che io, come attore individuale, devo apportare dei cambiamenti. Il mondo non può più essere la mia (nostra) ostrica. Benché io intenda continuare a comunicare globalmente, lo farò con più moderazione, assicurandomi che questa comunicazione non diventi una promessa che va oltre la mia portata e il mio raggio d’azione, o una piattaforma (come ci ricorda Macluhan). Questo potrebbe sembrare un voler ridimensionare le mie ambizioni a un livello retrogrado e provinciale, ma non è questa la mia intenzione. Mi impegno personalmente ad aiutare ad affrontare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Ma lo scrivo sapendo che il mio approccio potrebbe rivelarsi profondamente obsoleto. Per quanto io odi la retorica, o la maleducazione del rispondere a una domanda con un’altra domanda, ‘cosa farò?’.

Neil Powell

 


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Foto di copertina: Neil Powell durante la presentazione di ‘Territory: The Exhibition in a Box’ al Nottingham Contemporary Art Museum (2019).