Note sulla demopraxia, sui Cantieri e sui Forum del Terzo Paradiso
Pubblichiamo un testo di Paolo Naldini sulla Demopraxia, in cui il direttore di Cittadellarte racconta la genesi di questa idea e offre un'articolata spiegazione dei Forum e Cantieri, del loro funzionamento fase per fase; è un testo che potrà essere molto utile a tutti gli Ambasciatori e aspiranti tali, oltre che a chi sia interessato in generale al programma di Cittadellarte, al Terzo Paradiso e al tema del rapporto tra Arte e Politica.

Il testo ci è arrivato da Baku, Azerbaijan, dove Naldini era in trasferta per l’inaugurazione della mostra di Michelangelo “Do it”, al Centro d’Arte Contemporanea di Yarat. Il direttore di Cittadellarte ha siglato con Yarat un accordo triennale per la formazione, nell’ambito di UNIDEE-Università delle Idee, di giovani artisti e di operatori museali azeri. Inoltre, l’accordo prevede anche un programma di residenza per artisti italiani a Baku ospiti di Yarat.

Alcune tappe fondamentali nella genesi della Demopraxia
La nozione di demopraxia affonda le proprie radici in un percorso articolato e collettivo, tipico processo di lavoro – e di vita – di Cittadellarte; naturalmente ha avuto alcune tappe fondamentali. In primis, c’è il concetto di ‘artivazione’, termine che ho coniato io stesso (ma chissà quante altre volte prima fu inventato) nei primi anni della mia partecipazione a Cittadellarte, iniziata nel 2000; con esso mi riferivo, com’è ovvio, alla congiunzione di attivismo e pratica artistica che i mentori (e in alcuni casi anche i partecipanti) di UNIDEE – Università delle Idee praticavano in forme e contesti diversi e anche lontanissimi tra loro.

La base della nostra impostazione filosofica era fondata sulla definizione dell’arte come ‘espressione più sensibile e integrale del pensiero umano’, che Michelangelo Pistoletto aveva espresso nel 1994 nel testo del Manifesto di Progetto Arte.

Spingemmo in quei primi anni 2000 la ricerca e la pratica di Cittadellarte verso l’assunzione diretta del ruolo di attivazione di processi di cambiamento nel contesto sociale in cui l’artista convive. A questo specifico tema fu dedicata l’Università delle Idee, la cui prima vera edizione fu nel 2000. Anche le prime mostre di Cittadellarte (tra cui fondamentale è stata “Critique is not enough”, del 2002, curata da Dagmar Reichert) approfondivano questi temi, spesso per le prima volte in Italia; ricordiamo la mostra “Lo spazio delle relazioni: arte pubblica in Italia”, curata da Anna Detheridge-Connecting Cultures. Nel manifesto di Progetto Arte, Pistoletto parla a proposito del ruolo dell’arte di ‘mettere in comunicazione ogni settore della vita umana’. Negli anni Duemila, questa funzione passò a un livello ulteriore e ciò è riflesso nel lessico che introducemmo a Cittadellarte: parlammo infatti di “contribuire ad innescare processi di cambiamento responsabile”. Ricordo le discussioni con gli artisti e i curatori di scuola nordeuropea che rifiutavano questa lettura difendendo (non senza buoni argomenti, purtuttavia insufficienti) l’autonomia dell’arte.


(“Arte pubblica in Italia – Lo spazio delle relazioni” – Arte al Centro 2003. Prima immagine: Stalker, “Ararat” – Campo Boario, Roma 1999-2003. Seconda immagine: Massimo Bartolini, “Senza Titolo”)

Si citavano Claire Bishop, Suzanne Lacy, Chantal Mouffe, Toni Negri, Jaques Ranciere e molti altri pensatori, curatori, artisti (immancabili nella biblioteca che in quegli anni prendeva corpo a Cittadellarte e che ora è una meravigliosa spelonca della Maga Circe in cui si rischia seriamente di restare intrappolati). Giungemmo ad articolare con convinzione la figura dell’artivatore, l’artista e l’attivista in una sintesi sognata nel corso della storia da mille generazioni. Progetti e laboratori, esperimenti e collaborazioni con decine e decine di constituencies della piccola città di Biella (scossa in quegli anni più dalla “crisi” che dalle nostre ricerche e incursioni) si alternavano (come ancor più oggi) con sessioni di discussione e ri-fondazione della weltanschauung, della visione del mondo, a partire da una pratica artistica al centro di un processo di rigenerazione epocale.

Lo scenario globale del primo decennio del Duemila, come si sa, è caratterizzato dal congiungimento tra le maglie della globalizzazione finanziaria neoliberista, sempre più pervasiva, con un preciso programma di imperialismo militare. Questo da una parte, segue gli interessi dei capitali legati all’industria militare e del petrolio e dall’altra perpetra il modello economico di distruzione e ricostruzione. La narrazione retorica che accompagna questo decennio è rappresentata dalla guerra agli stati canaglia che tocca il suo culmine con le nuove crociate*. Questo programma avviene con la dichiarata finalità di portare o esportare, termine mercantile, la democrazia nel mondo.

UNIDEE – Università delle Idee in quegli anni quindi, si svolge in questo scenario, molto presente anche in virtù della provenienza molto varia dei partecipanti. In questo contesto utilizzare il termine “democrazia” per significare il portato semantico che essa convoglia, provocava una levata di scudi che mi faceva pensare all’azione di chi ricerca protezione alzando le braccia sopra il proprio capo.
Questo termine infatti era associato ai bombardamenti che la NATO e le potenze militari nazionali ad essa collegate effettuavano in quegli anni, in particolare nei paesi del Medio Oriente.

Di fronte quindi al portato perverso del termine democrazia, ci siamo confrontati, nei discorsi tenuti con i residenti e gli esperti di Unidee, con le ragioni di questa repulsione e le ragioni invece della persistenza della democrazia stessa all’interno del set valoriale a cui riferirsi. In questo ambito di ricerca mi sono trovato personalmente a scindere l’etimologia della parola ampiamente conosciuta di demos e cratos, e di avere una enorme difficoltà nel rinunciare all’ideale di una collettività organizzata in senso civile, riconducibile cioè alla nozione di demos. Come fare a meno di questa idea? Come rinunciare alla possibilità di civiltà, come civitas, in cui l’individuo si organizzi come agente sociale oltre alla sua dimensione di singolo? Impossibile. Allora la mia attenzione si portò sul termine cratos, potere. Riconsiderando proprio anche la mostra “Critique is not enough”, che portammo alla Shedhalle della Rote Fabrik di Zurigo (2003), ripensai alle pratiche che, partendo naturalmente da una posizione di critica rispetto all’insufficienza del sistema di potere dominante, pongono direttamente e concretamente in atto delle pratiche correttive o alternative. Queste pratiche dimostrano di esercitare di fatto un potere al di là non solo della domanda se lo possiedano o meno, ma anche al di là di ogni retorica di rivendicazione. Ad esempio, il collettivo viennese Wochenklausur organizza servizi di assistenza con un pulmino che somministra metadone e aiuta tossicodipendenti in difficoltà nelle notti viennesi; un progetto artistico assimilabile ad un progetto di assistenza sociale.
Evidentemente la critica feroce e lucida è che il sistema sociale non è in grado di fornire questo servizio, mentre la società civile (nome più moderno di demos) invece sì, e forse possiamo spingerci ad affermare: la società civile – con l’arte – sì.


(Love Difference – Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea, 2002.
Workshop “Politiche dell’arte” – Shedhalle, 15 febbraio 2003 – : gli artisti presentano i propri lavori sul ‘progetto incompleto di democrazia’. Nell’ambito della mostra “Critique is not enough” curata da Dagmar Reichert dal 14 febbraio al 13 aprile 2003, Shedhalle, Zurigo).

Dunque le mie riflessioni si sono concentrate sul concetto di cràtos, e sul senso che questa parola ha in italiano: ‘potere’. È diverso dall’inglese “power”, in quanto implica – in italiano – anche il poter fare; in inglese “can”, la possibilità di fare. Dunque quanto stava accadendo nell’avanguardia artistica di quegli anni era lo slittamento dell’attenzione dalla lotta per il potere all’esercizio del poter fare. Dunque, in riferimento al ‘poter fare’ fu per me immediato pensare alla praxis, e coniai il termine di “demopraxia”. È col tempo diventato un elemento fondante di Cittadellarte, intesa essa stessa come gruppo d’azione, di praxis, collettivo e soggetto organizzatore di pensiero. Negli stessi anni lanciavamo, con Juan Sandoval, il progetto Geographies of Change, un archivio online partecipativo che disegna una nuova geografia fatta di luoghi in cui organizzazioni di diversa natura e provenienza sviluppano pratiche di sostenibilità reale nei campi e nei settori più diversi della collettività. L’obiettivo finale di Geographies of Change è rendere l’impatto delle pratiche di cambiamento sociale più visibile, ovvio, condiviso, incisivo e profondo. Allo stesso modo, Michelangelo scelse il nome di visible al progetto di ricerca che proponemmo alla Fondazione Zegna, da “sempre”* partner storico di Cittadellarte e di Unidee, dedicato specificamente alle pratiche artistiche di intervento nella sfera sociale, che affidammo a Judith Wielander e alcuni anni dopo a Matteo Lucchetti, che ancora ne curano lo sviluppo.

Queste tappe non sono che alcune pietre miliari, nella rappresentazione di un lungo e collettivo percorso. Così, saltando molti altri tasselli pure importanti, giungiamo al 2011 quando Cittadellarte vive un’esperienza seminale, ossia la direzione di “Evento 2011”, la Biennale di Arte Urbana di Bordeaux. La Biennale di Arte Urbana, nell’impostazione che ne diamo come dispositivo di artivazione, non si propone di importare la trasformazione (per riprendere la nozione di esportazione richiamata in relazione alla democrazia) attraverso progetti artistici sviluppati da soggetti esterni al contesto locale, bensì innescare o e facilitare localmente la generazione di progetti artistici di trasformazione sociale. Invece di importare fare emergere dalle potenzialità e dalle culture locali paradigmi e modelli site-, time- and culture- specific. In questo contesto furono organizzate attività che presero il nome di “Cantieri dei Saperi Condivisi”. I Cantieri erano complessi dispositivi (termine la cui etimologia, da disporre, in relazione a un disegno sociale, è significativamente provocatoria), che articolavano le stesse forme dell’abitare della cittadinanza (riconosciuta e non) ciò che in sé costituiva aspetti essenziali dell’esercizio del demos. Questa articolazione avveniva attorno a tematiche e occasioni urbane: la necessità di trasformare una piazza in un parcheggio, un parco riaperto, gli spazi del centro del mercato storico multietnico che dovevano essere sistemati e destinati per usi altri. Insomma, i tanti focolari di trasformazione che continuamente si susseguono nella organizzazione della città, offrendo occasioni (o ubbidendo) ai capitali, di attivare nuove dinamiche speculative ed estrattive oppure, più raramente, alle comunità di abitanti di istituirsi come soggetto agente .


(“Evento 2011”, la Biennale di Arte Urbana di Bordeaux. Nella prima immagine: Dan Peterman, “Civilian Defense”, 2007 – sacchi di sabbia e tessuti -, esposta al Van Abbemuseum, a Eindhoven – Esposizione “Etrange et Proche”. Nella seconda immagine: dopo la notte di festa, il Mercato dei Cappuccini riprende il suo ruolo di cuore alimentare della città. Fotografie di Pierre Planchenault).

La nostra attenzione alle forme della demopraxia ci aiutò a riconoscere in questi percorsi pratiche vive e concrete, non ideali. Il demos, in esse, è già in atto e supera la democrazia senza tradirla. La demopraxia non è un tralignamento della democrazia, ma è una sua profonda manifestazione (l’espressione “profonda” è un riferimento ad Appadurai naturalmente).

Un altro elemento essenziale per comprendere come siamo arrivati alla proposta di questo processo evolutivo civile, fondato sull’arte, che chiamiamo demopraxia è lo scenario che si riferisce alle pratiche di Agenda 21. Nelle esperienze del Global Social Forum, in particolare di Puerto Alegre nel 2001, e dei programmi Agenda 21 organizzati dalle Nazioni Unite ed altri soggetti della società civile NGO, si rintraccia un paradigma molto significativo, fondato sull’idea di agenzia collettiva esercitata dai soggetti stakeholders delle comunità. All’interno di questo contesto (anche lessicale) si sviluppa l’Open Space Technology, ossia l’insieme di pratiche e processi collettivi di organizzazione e decision making che non seguono l’antica pratica di votazione a maggioranza, bensì altre strutture di organizzazione del pensiero e del fare collettivo.


(Photo credit: Wikipedia)

Personalmente in quegli anni, tra il 2005 e il 2008, ho frequentato molti consessi in cui queste pratiche venivano sperimentate professionalmente, come l’Unione Europea, le diverse piattaforme e i tavoli di lavoro chiamati “Open Dialogue with Civil Society”, e in particolare ho collaborato attivamente alla piattaforma per il dialogo interculturale della Commissione Europea. Questa esperienza mi ha permesso dunque di apprendere le pratiche più consolidate dei forum, e mi ha offerto uno strumento per lo sviluppo successivo dei Forum della Demopraxia.

Facciamo un passo indietro: Michelangelo Pistoletto nel 2003 Pistoletto scrive il manifesto del Terzo Paradiso e ne disegna il simbolo, costituito da una riconfigurazione del segno matematico d’infinito. Tra i due cerchi contigui, assunti a significato dei due poli opposti di natura e artificio, viene inserito un terzo cerchio centrale, a rappresentare il grembo generativo di una nuova umanità, ideale superamento del conflitto distruttivo in cui natura e artificio si ritrovano nell’attuale società.

Da allora Cittadellarte costruisce una una rete di soggetti autonomi e connessi, che proposi di chiamare “ambasciate,” in quanto gli “ambasciatori del Terzo Paradiso”, a differenza dei diplomatici nazionali, non appartengono a uno stato esistente ma sono ambasciatori dell’intero pianeta, immaginato in un futuro in cui l’umanità abbia trovato i modi per scongiurare la nostra fine ed invece prosperare in un Terzo Paradiso. Questi Ambasciatori sono diplomatici che rappresentano l’interesse di un certo auspicato futuro a esistere realmente.

In quella fase dunque, e poi nella seconda decade del Duemila, si è articolata una collettività di agenti che rappresentano nei contesti locali iniziative di trasformazione specifica; queste trovano nel simbolo del Terzo Paradiso un riferimento figurato e simbolico, e nelle pratiche della demopraxia trovano la loro sostanza di concretezza e di sviluppo.

Da un lato, allora, negli anni che seguono questi sviluppi (e arriviamo agli anni recenti) realizziamo noi stessi dei forum: questi raccolgono e attivano il potenziale trasformativo latente e lo dispongono in una configurazione ad alto potenziale; dall’altro lato, recuperiamo l’esperienza dei “Cantieri dei Saperi Condivisi”, che diventano i “Cantieri di trasformazione del Terzo Paradiso”. Se nei Forum si prendono delle decisioni su un programma di azione condiviso, attraverso i Cantieri questo programma si sviluppa ed è organizzato.

Il primo Forum si tiene nel 2015 a La Havana, a Cuba, poi nel 2016 a Milano e nuovamente a Cuba, nel 2017 si aggiungono Melbourne e Tirana, poi (i prossimi in programma) Ubud (Bali), Pistoia, Alghero…

La rete delle Ambasciate del Terzo Paradiso, ormai arrivate a più di 130 nel mondo, è dunque attivabile per sperimentare concretamente prototipi di demopraxia attraverso Forum e Cantieri.

Cittadellarte si è pertanto dotata dei quattro elementi principali per un’azione di impatto sociale reale e diffuso:

– un’impalcatura teorica;
– una struttura articolata in una rete globale;
– un approccio fondato sulla pratica;
– metodi e strumenti in continua rielaborazione.

Perché la Demopraxia è necessaria
Se vogliamo andare più in profondità su come si sviluppa nel concreto la demopraxia nella vita quotidiana, dobbiamo analizzare i Forum e i Cantieri.

Nella critica del sistema democratico che svolgiamo con l’aiuto di mentori, esperti e studiosi che gravitano attorno a UNIDEE, a Cittadellarte e alle Ambasciate nel corso degli anni, abbiamo approfondito l’analisi delle problematiche che il miglior sistema che abbiamo sviluppato nel mondo, ossia quello della democrazia rappresentativa parlamentare, pone sotto gli occhi di tutti.

Primo, l’identificazione totale della vita politica del cittadino con l’esercizio del voto, quindi il voto come integrale esercizio di pratica politica.

Secondo, il voto viene praticato spesso da circa metà degli aventi diritto, che non è la totalità dei cittadini. Quindi ci troviamo di fronte alla constatazione che il migliore sistema che abbiamo sviluppato attualmente, e che ha attecchito in maniera pragmatica nel suo farsi, è un sistema che porta ad una partecipazione estremamente limitata dal punto di vista qualitativo e quantitativo.

Dunque, ad un’analisi spaziale del fenomeno*, mi apparve sconcertante la distribuzione geografica dei partecipanti alla scena politica, con la divisione netta: da una parte i rappresentati e dall’altra i rappresentanti. I primi, i rappresentati, si riuniscono in grandi aggregazioni espropriate di effettiva iniziativa politica, da una parte del territorio. I rappresentanti, sempre meno, trasmigrano in un altrove, generalmente le capitali, in cui risiedono stabilmente e professionalmente, e dunque si apre tra i due blocchi sociali un deserto sempre più ampio.

In un ideale momento storico iniziale, il patto che legava i rappresentanti e i rappresentati era un patto di fiducia basato sull’assunto che il rappresentante doveva occuparsi – per capacità, competenze e disponibilità – delle decisioni riguardanti la collettività. Il rappresentato, d’altronde, non aveva modo di occuparsene con competenza per molti motivi, tra cui l’estrema ampiezza dello scibile, che l’Enciclopedia settecentesca non poteva più contenere, né tanto meno il singolo cittadino comune. Per questo nasce il patto di fiducia tra rappresentante e rappresentato (oltre tutto spesso con bassissimi livelli di alfabetizzazione ma, grazie alla rivoluzione industriale, con crescente disponibilità economica e rivendicazioni sociali).

La stessa cosa, lo stesso patto e la stessa dinamica spaziale si realizza nel rapporto tra consumatori e produttori, come vediamo nelle tremende (colpevoli) ignoranze che avvolgono noi consumatori rispetto ai sistemi e modi di produzione per esempio degli indumenti o ancora più evidentemente del cibo: intensivo, industriale, crudele, insano, velenoso. In entrambi questi contesti capita sempre più spesso che veniamo a conoscere cose che ci sembrano un tradimento, come quando scopriamo che le mucche vengono alimentate con farine animali o gli abiti che indossiamo sono prodotti in condizioni di lavoro caratteristiche dello stato di schiavitù, spesso anche di bambini. Ci sentiamo traditi, in riferimento a quel patto non scritto che legava il consumatore e il produttore, quando si assumeva che il produttore si comportasse come un consumatore. Anche allo stesso modo si assumeva che il rappresentante, nel prendere delle decisioni , si comportasse come il rappresentato, semplicemente con maggiore cognizione di causa e indipendenza, e non che il suo operato fosse sempre più gradualmente distaccato dalle ragioni per cui il rappresentato gli aveva dato fiducia.

Questo spazio vuoto è per me lo spazio della modernità, lo vediamo in maniera persino (e con quale gravità di impatto) nell’economia finanziaria, dove dagli anni Ottanta ad oggi si è consumata un’impressionante spaccatura tra capitali e finanza: cioè, la finanza svolge esattamente lo stesso percorso compiuto precedentemente da altri e si allontana talmente tanto dai suoi mandatari (i possessori di capitali), che tra loro non si vedono né comprendono più. Così come il consumatore di carne non comprende i meccanismi e i sistemi che sono alla base della produzione e distribuzione di carne, e si sente tradito quando viene a conoscerne le metodologie della produzione, altrettanto avviene quando il capitalista, che ha investito dei patrimoni, perde completamente visione di come questi patrimoni vengono utilizzati e impiegati nella pratica reale, nella quotidianità, e quindi si genera un senso di sfiducia e di tradimento (reso insopportabile dalle ricorrenti crisi e bolle).

Questo spazio tra rappresentanti e rappresentati è esattamente quello che viene ripopolato dalle demopratiche. Quando, per fare un esempio banale, gli abitanti di una via si costituiscono in un gruppo, comitato o associazione, e assumono degli impegni di progettazione e di realizzazione sulla strada stessa e sulle comunità che la abitano, essi passano dal sistema di delega ai rappresentanti, all’assunzione diretta dell’agenzia attraverso lo svolgimento della pratica quotidiana. Quindi la demopraxia si manifesta nella quotidianità non attraverso l’atterraggio di fenomeni guidati dai rappresentanti, ma piuttosto nelle pratiche che i rappresentati realizzano, andando a rioccupare quello spazio che si è aperto nella modernità tra loro e i rappresentanti; e questo per la responsabilità di tutti. Il tradimento infatti è stato favorito se non istigato dall’inanità e dall’inerzia ampiamente colpevole del rappresentato, in attesa che altri per lui compissero il lavoro politico e civile. Il demos dunque è il risultato di un lavoro civico, di un érgon – termina da cui deriva energia. L’energia di un contesto civile deriva direttamente dall’esercizio del demos, un lavoro che la collettività realizza per riconoscersi e organizzarsi come soggetto politico.

Questo passaggio è fondamentale per capire come i Forum e i Cantieri vanno a raccogliere ed attivare le potenzialità di occupazione/rioccupazione di uno spazio desertificato. La questione che stiamo studiando e sperimentando è come arrivare a occupare e praticare lo spazio tra rappresentati e rappresentanti, lo spazio della demopraxia, del demos pràcticon.

Il Forum è uno strumento essenziale per raggiungere questo obbiettivo, in quanto si costituisce quando un’Ambasciata del Terzo Paradiso individua e chiama le organizzazioni del tessuto civile intorno a sé.

In ogni città o territorio, infatti, il tessuto civile si aggrega in maniera sempre più evidente e solida, attorno alle organizzazioni, termine volutamente ampio e generico che include imprese, istituzioni non profit, istituzioni politiche o amministrative, associazioni libere dei cittadini, organismi di rappresentanza delle categorie, come le corporazioni (come proposto da Michelangelo in riferimento alla storia dei Comuni italiani, strumentalizzate poi nel periodo fascista). Tutte queste “corporazioni” aggregano e organizzano i sistemi degli individui in coaguli organizzati.

Le 3 fasi del processo demopratico dei Forum e Cantieri
Il processo demopratico si svolge in 3 fasi: Mappatura o Coro, Forum e Cantiere. Ciascuna è caratterizzata da specifiche attività ed è connessa alle altre.

FASE 1 – il Coro
La prima fase consiste nella individuazione e nel coinvolgimento dei soggetti del territorio (di un primo gruppo) che saranno i protagonisti del processo demopratico; anzi: in realtà essi già lo sono, poiché sono organizzazioni del tessuto sociale che aggregano singoli in comunità di pratica*. Ma se già lo sono, allora cosa manca? Sono come neuroni di un corpo non ancora cosciente di se stesso. Ogni neurone fa esattamente quello che serve. Ma nel sistema complesso e complessivo ancora non si è raggiunto il passaggio di fase che porta con sé – come il centesimo grado di temperatura che fa bollire l’acqua tutto di un tratto mentre prima la pentola era calma dormiente… anche preparare la pasta può insegnarci lezioni fondamentali – la coscienza di essere e di praticare demos! Questo passaggio di fase è il grande obbiettivo dell’intero processo demopratico. È qui che Cittadellarte e la Rete di Ambasciate de Terzo Paradiso assumono un ruolo critico essenziale. Il passaggio di fase deve essere catalizzato, servono enzimi che come il lievito inneschino i processi. Le Ambasciate producono questi enzimi, sono catalizzatori di trasformazione sociale.

Tornando alla mappatura, si vuole arrivare a individuare circa un centinaio di organizzazioni. La mappatura procede attraverso tecniche e metodi che gli artisti hanno mutuato dai processi di indagine sociologica oppure hanno loro stessi inventato. Cittadellarte nei due decenni di ricerca sull’arte per la trasformazione sociale, ha studiato e approfondito, oltre che sperimentato essa stessa, molti metodi. A Cittadellarte dunque si concentra un patrimonio di pratiche che possono essere trasmesse ai mappatori attivatisi nei diversi territori; saranno questi a declinare forme e intensità delle stesse pratiche nel proprio contesto, apportando innovazioni e modifiche che diventeranno patrimonio comune per i successivi cantieri, purché le esperienze vengano documentate e condivise.

I risultati della mappatura saranno prevalentemente video-interviste, fotografie di luoghi e spazi, ritratti di persone, storie, artefatti emblematici (ad esempio, una produzione di ortaggi o conserve biologiche da orti urbani e solidali, oppure un progetto di design realizzato da una community di utenti di un centro di accoglienza per disabili da produrre nel più vicino fablab in opensource…). Questa messe di “cose” incorporano storie localizzate e significanti e declinano in modi variegati e imprevedibili il concetto del Terzo Paradiso e della Demopraxia. L’ambasciata coordinatrice, insieme ai mappatori, organizza questo patrimonio in una mostra, facendo tesoro del dispositivo così potente sviluppato dall’arte nei suoi decenni (se non dalla fine del XIX secolo). Anche in questo passaggio Cittadellarte potrà essere di grande aiuto agli organizzatori del Forum, aiutandoli concretamente nel concepire la mostra con tutti i suoi aspetti tecnici, pratici e organizzativi.

Questa mostra può conseguire i seguenti risultati:
– costruire il primo nucleo della rete potenziale di soggetti significativi ai fini del percorso avviato;

istituire un luogo, un posto fisico in cui sia i partecipanti, sia la città allargata, possano vedere il patrimonio, il grande valore presente nel territorio, su cui si fonda l’intero progetto demopratico; concrete organizzazioni e progetti attivi, non parole o programmi teorici. La mostra presenta una ricchezza di storie in corso, di realtà che sicuramente i cittadini non conoscono tutte, né percepiscono nella loro globalità. Lo stesso si può dire per le istituzioni con cui da subito il processo deve connettersi, a prescindere da ogni colorazione partitica*. Questo luogo, con la mostra, diventa il quartiere generale del processo, dove verificare la fondatezza della visione, dove riconoscersi, dove fare riferimento nella necessaria fisicità dell’essere e del fare. Può essere l’Ambasciata oppure il Museo della Città, oppure l’Urban Center o uno spazio non ancora definito.

– Le organizzazioni presenti possono incominciare a ricavare qualcosa dal processo, non solo potranno visualizzare l’estensione del progetto, ma anche potranno avere un primo piccolo ritorno in termini di immagine; potranno anche avere un vantaggio in termini di rete, infatti potranno utilizzare la mappatura per consolidare ed estendere il loro network.

L’ambasciata potrà contarsi, cioè fare un primo approssimativo censimento* dei soggetti/persone che è riuscita a coinvolgere: ogni organizzazione infatti porta un numero conosciuto di iscritti. Essi possono individuati come persone raggiunte/raggiungibili dal progetto. Questa quantificazione, o censimento, è una dimensione essenziale per il progetto demopratico. Essa dà una visione quantitativa di un processo essenzialmente qualitativo. Questo dato può essere molto importante per l’Ambasciata. Potrà infatti metterlo sul piatto della bilancia negli incontri e negoziazioni con istituzioni e organismi locali. Ma questa grandezza potrà essere un bacino su cui lavorare per misurare il grado di impatto del lavoro che viene fatto: quante persone fanno parte delle organizzazioni partecipanti? Quante di loro conoscono il progetto? Quante partecipano? E così via. Le grandezze che le Ambasciate possono monitorare per capire come il proprio lavoro stia procedendo si concentrano prevalentemente in questo ambito. È dunque essenziale che l’Ambasciata ponga attenzione a questa grandezza e disponga sistemi di analisi e monitoraggio. Anche per questo genere di attività Cittadellarte (ma la stessa rete di Ambasciatori) potrà fornire formazione e supporto.

La mostra racconterà anche le tematiche rilevanti, emergenti, del territorio. Sarà un riferimento solido per affrontare le domande del tipo come fate a capire su che cosa concentrare l’attività? Che cosa ne sapete voi del nostro territorio? La mostra essenzialmente è un’opera collettiva. Essa rappresenta il CORO, cioè l’insieme delle voci singole del contesto*.

FASE 2 – il Forum
Al Forum dunque si invitano questo gruppo di organizzazioni del tessuto sociale e civile del contesto di riferimento. Ad esse si aggiungeranno quelle che alla mostra non hanno partecipato, ma che è bene che invece partecipino al prosieguo del lavoro. È importante che le organizzazioni deleghino formalmente un loro referente o rappresentante; quanto più questa delega è esplicita, tanto meglio. I partecipanti al Forum si cimentano per tre giorni in un preciso format, un vero e proprio rito. Un rito che, coerentemente con la radice artistica del progetto, svilupperà invenzioni e innovazioni ogni volta imprevedibili e di autentico contributo alla comunità allargata. È un processo cumulativo e partecipativo, non dogmatico né meccanico. I partecipanti saranno guidati da facilitatori. Queste figure sono critiche. Sono importantissime. Esse devono essere formate in modo che siano consapevoli del loro ruolo. E devono essere competenti di metodologie di gestione di workshop, di lavoro di gruppo, con metodologie del tipo dell’Open Space Technology. Gruppi di lavoro e assemblea plenaria. E altre metodologie che Cittadellarte, e io stesso in particolare, abbiamo avuto modo di conoscere e che continuamente evolvono. Ad esempio, a Melbourne abbiamo lavorato con gli Ambasciatori di Independent School Victoria e con Harvard Graduate School of Education Project Zero, che hanno apportato nuovi contributi e metodologie frutto di 50 anni di lavoro e ricerca.

 
(Didascalie foto partendo da sinistra: Naldini al Forum di Cuba; Forum di Melbourne)

– Il rito del Forum è un’altra dimensione in cui Cittadellarte potrà essere di fondamentale aiuto alle Ambasciate. Esso consta di numerosi dispositivi, procedure, metodi, possibilità che in questi anni Cittadellarte ha sperimentato. Nello stesso tempo è importante che le Ambasciate siano consapevoli che i forum sono in costante divenire e aggiornamento, per cui le risorse locali che abbiano esperienza di processi decisionali collettivi (in ogni territorio ce ne sono molte) debbono essere coinvolte affinché contribuiscano a sviluppare il rito in modo sempre più completo, integrale ma anche site-specific, context-specific, time- and community- specific.

Il forum, nella sua giornata/sessione finale, diventa dichiarazione e condivisione. Si invitano media e istituzioni. È il momento della presentazione (il terzo giorno) dei risultati. È un passaggio essenziale anche questo. Qui si gioca il sostegno per la fase successiva. È un momento pubblico, mentre i precedenti lavori sono stati a porte chiuse.

– Oltre che il sostegno delle istituzioni, il vero fattore dirimente per la riuscita del processo è che i partecipanti al Forum vengano investiti dell’impegno a portare i risultati dei 3 giorni di lavoro, all’interno della propria organizzazione. È lì che si gioca il vero passaggio. Che cosa ne farà la singola organizzazione delle determinazioni o addirittura deliberazioni del Forum? In che modo le azioni, le decisioni e le iniziative deliberate dal Forum atterrano nelle singole organizzazioni? Possono essere verificate oppure confutate, contraddette oppure acquisite, assunte oppure trascurate, mortificate oppure assurte a pratiche fondative di un nuovo indirizzo nella vita dell’organizzazione. Quindi, bisogna porre la massima cura nel preparare i partecipanti a questo passaggio: partecipare al Forum non è un divertimento. È l’assunzione di una responsabilità verso la propria organizzazione e tutti gli altri partecipanti. La demopraxia non è un gioco, né un processo simbolico. È realtà. È lavoro, negoziazione, confutazione e conferma. I partecipanti al Forum devono essere consapevoli di aderire a questo. E altrettanto le loro organizzazioni. La partecipazione non è soltanto a un evento artistico chiuso nel sistema dell’arte: qui è un passaggio politico sociale epocale che l’umanità deve fare, non può rimandare. È finito il tempo della delega. È giunta l’ora della responsabilità.

– Che cosa è l’esito, il risultato del Forum? Una carta. Un documento che registri una serie di azioni condivise. Di impegni. Su questo si basa lo sviluppo del Cantiere successivo. Torna il senso dell’esperienza dei “Chantier de Savoirs Partagés” sperimentati a Bordeaux. Ma quello che rende questo esito significativo è la sua spendibilità come “valuta” all’interno dell’ecologia della singola organizzazione. Coerentemente col principio della composizione degli opposti enunciato dal Teorema della Trinamica, il risultato del Forum dovrebbe costituirsi come sintesi tra singolarizzazione (la ricerca dell’interesse specifico della singola organizzazione individuale) e appartenenza (il riconoscersi come elemento di una collettività). Negoziare dinamicamente e creativamente la propria identità tra queste due polarità è il meraviglioso “gioco” della demopraxia.

– Ma che cosa differenzia i partecipanti al Forum dai partecipanti ai partiti? Nei Forum i rappresentanti non sono assunti nel medesimo destino dei rappresentanti partitici per diversi motivi ma essenzialmente poiché non esercitano le loro funzioni altrove. Né per loro il Forum (e poi il Cantiere) rappresentano una professione. Per prima cosa, infatti, essi rimangono fisicamente nel territorio. In secondo luogo, permangono organici e attivamente operativi nelle organizzazioni di cui sono rappresentanti: non migrano altrove, neanche in senso gerarchico. I cento partecipanti al Forum, dunque, si implicano nel Cantiere rimanendo integri all’interno della propria ecologia e della propria identità. Questo vale sia nell’organizzazione di provenienza, sia nel contesto in cui essa si sviluppa; essi, però, condividono simultaneamente un disegno sociale allargato, il DEMOS. Essi si riconoscono come organi vivi e responsabilmente consapevoli di costituire un demos. Dobbiamo essere consapevoli che qui si gioca lo scontro/incontro con la pragmatica, le risorse di tempo ed economia, la negoziazione ed armonizzazione delle divergenze che si stabiliscono tra l’interesse della singola organizzazione con quello del demos (ciò che non avviene quando l’organizzazione diventa esclusivamente una lobby; non avviene un’armonizzazione ma una esplicita e organizzata).

Vorrei condividere una delle tante esperienze che sono state seminali per quanto stiamo ora sviluppando: proprio nei cantieri di Bordeaux. In un medesimo edificio si sono ritrovate duecentocinquanta diverse organizzazioni. Inizialmente era un progetto del Comune. Ma non funzionava. E difficilmente sarebbe funzionato. Come sanno i sindaci che provano ad assegnare alle associazioni una Casa Comune, la convivenza e la governance si trasformano in incubo gestionale. La società occidentale non ha i fondamenti culturali (non più) per la vita collettiva. L’individualismo regna. Conta chi emerge. Il resto è scarto. Per esempio, a Bordeaux, quando ci trovammo alla guida della direzione artistica della Biennale di Arte Urbana del 2011, era chiaro (limitandoci all’esame del caso della Casa delle Associazioni) che quando una di queste organizzazioni desiderava utilizzare la hall centrale per un evento, i suoi interessi erano in conflitto con quelli, altrettanto legittimi, di altre organizzazioni. Ancora una volta la mia learning experience fu la possibilità di conoscere, e parzialmente partecipare, all’opera di un’artista. Un maestro. Il lavoro di Jeanne van Heeswijk, olandese esperta di aggregazione e trasformazione sociale, è stato un ampio e lungo processo di molti mesi per portare questo semplice, meccanicistico, accumulo di soggettività diverse a esprimersi come un organismo composto da differenti organi. Soltanto nel contemperare e bilanciare gli opposti principi ed elementi identitari singoli (o di singole organizzazioni) da una parte, e collettivi (del demos), dall’altra, si può esercitare la demopraxia. Essa cioè si realizza come pratica di consapevole armonizzazione tra opposti. Qui si esprime un fondamentale collegamento alla narrazione, nonché al Simbolo, del Terzo Paradiso.

FASE 3 – il Cantiere
Naturalmente la demopraxia non è una scienza esatta, ma una pratica; essa si confronta con le specifiche caratteristiche di ciascun gruppo, in ciascun contesto, e articola il lavoro di armonizzazione e bilanciamento degli opposti. Ecco che si compenetrano le diverse attività e ricerche di Cittadellarte: le Ambasciate del Terzo Paradiso e il lavoro sul simbolo: da una parte, con le azioni a Cuba o negli altri contesti dove agiamo direttamente come principio generatore di cambiamento, dall’altra, con le ricerche di UNIDEE – Università delle Idee, che nel corso degli anni ha segnato questo percorso di ricerca, costruendo pensiero, pratiche sperimentali e piattaforme di apprendimento e trasmissione.

La modalità con cui la demopraxia arriva nella quotidianità del cittadino comune – anche se pure il termine cittadino deve essere ripensato, in quanto molti abitanti nelle nostre città non sono riconosciuti come cittadini di diritto (in forza di provvedimenti e statuti giuridici, di migrazioni, di privazioni economiche e culturali etc), la demopraxia, dicevamo, consiste in un processo culturale di presa di coscienza attraverso pratiche e dispositivi concreti collocati, situati spazialmente e temporalmente nel territorio, organizzati con la consapevolezza di un demos non delegante, ma praticante, che esprime senza mediazione il proprio potere, il proprio cratos.

Le migliaia di pratiche sviluppate in questi anni, tra cui Agenda 21, Cittadinanza attiva, il Terzo Settore non profit, ma anche l’ambito delle organizzazioni profit, non sono sufficienti fino a che non si riconosce una missione civile epocale che la nostra narrazione rappresenta, presenta, introduce, stimola, esercita e pratica. E che l’Università delle Idee informa formando una generazione che non può sottrarsi alla sfida epocale, esiziale, della contemporaneità.
Tornando allo schema pragmatico del processo demopratico, la terza fase, quella del Cantiere, si apre e sviluppa essenzialmente in due tronconi. Il primo è la negoziazione all’interno delle singole organizzazioni del senso e della praticabilità degli assunti del Forum. Funzionano? Sono da buttare? Da migliorare? Da modificare? Ogni singolo partecipante al Forum, qui, ha un ruolo vivo e critico da svolgere. La sua organizzazione può essere un piccolo collettivo informale, oppure il sindacato nazionale dei lavoratori! In entrambi i casi, portare i risultati del Forum all’interno dei questa organizzazione è una sfida incerta. In cui ci si gioca la propria identità. E a volte anche il proprio lavoro. Dunque, gli Ambasciatori non possono sottovalutare la delicatezza e importanza del compito. Devono anzi aiutare i partecipanti a trovare i modi più efficaci; devono fornire garanzie, rassicurazioni, assistenza, aiuto, conferma ai mille dubbi che i partecipanti al Forum incontreranno quando rientreranno nelle loro organizzazioni.

Ecco perché è essenziale che l’incarico ai partecipanti al Forum sia quanto più possibile formalizzato: le organizzazioni devono aver espresso un consenso, un’intenzione, a cooperare. Altrimenti i problemi saranno tanti e tali da ripercuotersi sull’intero Forum. Meglio concentrarsi sulle organizzazioni che riconoscono un reale valore nel processo, piuttosto che incaponirsi con quelle che invece non ne sono convinte. Non bastano dieci partecipanti convinti: serve che le loro organizzazioni aderiscano!

Ma come funziona allora il Cantiere? In particolare il secondo troncone rappresenta questa modalità di svolgimento: l’Ambasciata come sempre coordina la regia. Deve soprattutto facilitare i processi di connessione, scambio, apprendimento, accumulo dell’esperienza, sfruttamento delle opportunità di sistema etc… il primo lavoro è tenere i rapporti con i partecipanti e aiutarli nel difficile e critico momento in cui si trovano a portare all’interno delle loro organizzazioni le proposte di azioni elaborate dal Forum. L’Ambasciata dovrà dunque capire come procedere: quello che sappiamo è che si organizzeranno incontri di gruppo, non plenari. Ma come saranno composti questi gruppi, dipende prevalentemente dalle specificità del Cantiere e dell’approccio che l’Ambasciata vorrà dare al suo coordinamento: potrà decidere di organizzare tavoli tematici, oppure composti su base territoriale geografica, oppure in accordo con la composizione dei tavoli di lavoro del Forum stesso, o secondo criteri che troveranno il proprio senso nel contesto specifico. Anche le modalità saranno contingenti e specifiche. Questo processo è un altro momento in cui l’esperienza di Cittadellarte (e della intera rete delle Ambasciate) diventa un elemento di utilità comune per l’intera rete. L’Ambasciatore/Ambasciatrice potrà infatti confrontarsi con Cittadellarte e insieme individuare i metodi più adatti a coordinare il Cantiere.

Il Problema Finanziario
Anche dal punto finanziario, la suddivisione in 3 Fasi, porta delle condizioni che rendono più affrontabile la problematica finanziaria.

La prima fase, quella della Mappatura e Mostra, può essere realizzata con un misto di volontariato e di budget istituzionale per attività culturali come appunto la mostra, oppure cercando fondi presso budget per attività del tipo urban center o simili.

La seconda fase presuppone costi vivi importanti (vedi il documento di budget che abbiamo preparato in questi mesi). Tutte le voci di costo possono teoricamente essere offerte in kind dalle istituzioni locali, quindi c’è la possibilità che un Forum si realizzi con esborsi diretti molto contenuti.

La prima fase, però, pone dei presupposti per un eventuale e auspicato coinvolgimento diretto da parte delle organizzazioni partecipanti alla costituzione di un Fondo di Funzionamento del Cantiere; si tratta di un piccolo fondo realizzato con la sottoscrizione annuale da parte delle organizzazioni partecipanti di una quota di modesta entità (200 euro?). Se si ipotizza la sottoscrizione di 40 quote, il fondo ammonterebbe a 8.000 euro. La somma potrebbe essere investita in:

dispositivi strumentali al Cantiere (un sito, un bollettino, eventi…)
un rimborso spese per l’Ambasciata, che consentirebbe all’Ambasciata di potersi dedicare in modo ancora più intensivo alla regia e coordinamento.

La sottoscrizione di un fondo avrebbe delle conseguenze importanti in termini di condivisione e ownership del progetto da parte delle organizzazioni, ciò che preluderebbe a un impegno maggiore.

Il raccordo con la compagine istituzionale esistente
Per fare un esempio banale: immaginiamo che in una città in cui l’Ambasciata abbia avviato un processo di Forum e Cantiere, si sia ottenuto una effettiva modificazione dello status quo, cioè dei comportamenti diretti di porzioni significative di cittadini: a partire dalla proposta di un’organizzazione che riunisce appassionati di ciclismo, centinaia di cittadini incominciano a scegliere la bicicletta per la maggior parte dei loro spostamenti quotidiani. Le organizzazioni aderenti al Cantiere sposano la proposta all’interno della propria realtà e lanciano ognuna specifiche campagne e iniziative. In capo a un certo tempo, la percentuale di cittadini sulle strade che utilizzano la bicicletta aumenta drasticamente. Che cosa faranno le istituzioni? Accompagneranno oppure ostacoleranno il processo in corso. Nel primo caso, be’, il risultato è ottenuto. Nel secondo caso, spetterà al Cantiere capire che strategia adottare. A priori non è possibile indicare la strada da seguire.

Il tasso di traduzione in azioni istituzionali delle iniziative del Cantiere dipende da variabili troppo site specific e diversificate per poter oggi, con la poca esperienza che abbiamo, trarre delle conclusioni indicative.

La partita sarà da giocare con le istituzioni locali, in particolare con il Sindaco e la Giunta comunale. Nei casi migliori essi avranno costituito processi partecipativi (del tipo del Piano Urbano Strategico o addirittura del Bilancio Partecipativo); questi processi, per quanto partecipativi, sono sempre destinati a consegnare agency (titolarità e protagonismo) all’istituzione stessa. Il processo finisce sempre per rientrare nella compagine della rappresentanza istituzionale (partitica, anche se le liste civiche rappresentano un avanzamento importante). Quindi il Cantiere può offrire all’Istituzione un organismo autonomo ma disposto all’interazione. I modi sono tutti da scoprire. Mi piace ricordare che nella mostra Living in Common (curata da Stealth unlimited e Juan Sandoval), spazio di confronto sulle pratiche artistiche che cambiano aspetti chiave della vita nello spazio urbano contemporaneo, si raccontava il caso di Reikjavic il cui Consiglio Comunale mensilmente deve esprimersi sulle 5 questioni più urgenti raccolte dalla piattaforma online betterReikjavic.

Naturalmente i modi sono infiniti. E ciascuno potrà trovare il proprio senso solo in rapporto alle specificità locali. La piattaforma www.geographiesofchange.net – che raccoglie buone pratiche di trasformazione sociale responsabile – presenta alcuni casi. Altri possono essere conosciuti e condivisi dalle Ambasciate e dai partner accademici e scientifici con cui Cittadellarte collabora.

In conclusione, dico agli Ambasciatori e Ambasciatrici, di procedere per questa strada sperimentale e di vera innovazione sociale curando i rapporti con le organizzazioni del proprio territorio, ma anche con le istituzioni, e con le altre Ambasciate, e con Cittadellarte.

In questo modo costituiremo un movimento, con la capacità di imparare facendo, di condividere gli avanzamenti e rappresentare una reale forza di proposta civile globale e interlocale, unica possibile risposta a questa fase di devastante squilibrio.

Paolo Naldini, Baku, 25 marzo 2018


*1 – Negli stessi anni producemmo il primo capitolo di Cabaret Crusades, di Wael Shawky, affidandone la curatela a Judith Wielander, dopo il quale Wael (che divenne una star dell’art system) ha (più significativamente per noi) fondato a Alessandria d’Egitto, MASS, un programma di artist in residence fondamentale per il medio oriente, con evidenti influenze di Unidee. Cabaret Crusades, straordinaria opera, racconta, ispirandosi agli scritti di Mahfuz, le crociate viste dalla prospettiva degli arabi che le subirono.
*2 – Il padre di Michelangelo, Ettore Olivero, negli anni ’30, ricevette l’incarico da Ermenegildo Zegna di affrescare la Storia della Lana sulle pareti della Casa di famiglia. Dalla nascita di Cittadellarte negli anni ’90, Anna Zegna e tutta la Famiglia Zegna, sono stati attenti e illuminati partner di Michelangelo e della Fondazione Pistoletto. Visible, con il suo premio di rilevanza globale, è sviluppato in partnership con Fondazione Zegna, e con la diretta partecipazione di Andrea Zegna. www.visibleproject.org.
*3 – Mi è stato d’aiuto, tra i molti autori, Michel de Certau, nella sua analisi dei concetti di spazio e di luogo. De Certeau, M. (1980), The Practice of Everyday Life. University of California Press: California.
*4 – Qui invito a fare riferimento in particolare al lavoro di Wenger, E. (1998). Communities of practice: learning, meaning, and identity. Cambridge University.  New York, Oxford University Press.
*5 – Si vedano gli ultimi due capitoli del libro di Michelangelo Ominiteismo e Demopraxia, Chiare Lettere, 201, che abbiamo scritto insieme e che delineano con chiarezza il rapporto tra demopraxia e partiti.
*6 – Anche in questo caso impariamo da altri: in questo caso è il lavoro dell’Alleanza per la Casa di Mumbai di cui racconta Appadurai. Per chi volesse approfondire questo straordinario lavoro sia di attivismo, sia di analisi sociale, vedete Arjun Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, Raffaello Cortina Editore, 2014.
*7 – Non è un caso che abbia pensato di organizzare il Forum secondo uno schema di 3 giorni, come la tradizione del teatro greco ha insegnato. L’altro capo del cordone ombelicale della demopraxia è nell’Atene di Pericle e nella tradizione rapsodica omerica.