Deautomatizzazione e contagio buono per una pandemopraxia
Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte, intende argomentare come la proposta filosofica e sociale della demopraxia e il metodo di social design da essa derivato possono offrire strumenti utili per affrontare le domande e le sfide urgenti che le nostre società sono chiamate ad affrontare oggi. Il testo si concentra in particolare su tre capacità (creatività, dialogo, ricerca) assunti come talenti chiave per procedere lungo la strada della deautomatizzazione. L’argomentazione si sviluppa considerando come ridurre l’intensità della propria condizione di automa. Si sostiene, infatti, che questa riduzione apra all’esercizio dell’autorialità. E che quest’ultima costituisca la base di ogni pratica consapevole e responsabile. Tesi centrale del testo è che la demopraxia si attui quando le organizzazioni che costituiscono il tessuto sociale (ecologie di pratica,) esercitano pratiche consapevoli e responsabili, quindi deautomatizzate, all’interno dei propri campi di azione e lungo le filiere e le reti di cui fanno parte. La tesi è sostenuta analizzando il funzionamento di creatività-dialogo-ricerca tra le opposte forze psichiche e sociali specifiche a ciascuno di essi. Proseguendo la metafora del virus e della pandemia, il testo propone come antidoto alla mancata piena realizzazione della promessa democratica, il contagio buono della demopraxia attraverso questi 3 talenti. 

Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte, intende argomentare come la proposta filosofica e sociale della demopraxia e il metodo di social design da essa derivato possono offrire strumenti utili per affrontare le domande e le sfide urgenti che le nostre società sono chiamate ad affrontare oggi. Il testo si concentra in particolare su tre capacità (creatività, dialogo, ricerca) assunti come talenti chiave per procedere lungo la strada della deautomatizzazione. L’argomentazione si sviluppa considerando come ridurre l’intensità della propria condizione di automa. Si sostiene, infatti, che questa riduzione apra all’esercizio dell’autorialità. E che quest’ultima costituisca la base di ogni pratica consapevole e responsabile. Tesi centrale del testo è che la demopraxia si attui quando le organizzazioni che costituiscono il tessuto sociale (ecologie di pratica,) esercitano pratiche consapevoli e responsabili, quindi deautomatizzate, all’interno dei propri campi di azione e lungo le filiere e le reti di cui fanno parte. La tesi è sostenuta analizzando il funzionamento di creatività-dialogo-ricerca tra le opposte forze psichiche e sociali specifiche a ciascuno di essi. Proseguendo la metafora del virus e della pandemia, il testo propone come antidoto alla mancata piena realizzazione della promessa democratica, il contagio buono della demopraxia attraverso questi 3 talenti.

La canzone dei Subsonica dedicata a Terzo Paradiso recita nel suo bellissimo finale:

Come sorriderai?
Che aria respirerai?
Come ti vestirai?
Quale lingua parlerai?
Come saluterai?
Come lavorerai?
In che cosa crederai?
Quali sogni sognerai?
Come sorriderai?
Che aria respirerai?
Come ti nutrirai?
Quale lingua parlerai?
Come saluterai?
Come lavorerai?
In che cosa crederai?
Chissà se ricorderai?
Se mi ricorderai?
Cosa ricorderai?
Se mi ricorderai?
Cosa penserai?
Se mi ricorderai?
Chissà cosa ricorderai?
Se mi ricorderai?
Quali sogni sognerai?

Questa canzone è stata per me una chiave di svolta nello sviluppo della filosofia sociale che stiamo sviluppando a Cittadellarte, la demopraxia*. Ha contribuito all’idea che la pandemia potrebbe portare con sé non soltanto malattia e dolore a livello globale, ma anche trasformazioni auspicabili se non necessarie.

Durante i mesi di marzo e aprile 2020, nel primo lockdown da Covid-19, ho pensato che la demopraxia potesse estendersi alla società democratica come un virus buono, altrimenti sarebbe rimasta confinata ad esperimenti limitati. Nasce così un quasi manifesto ai tempi del Coronavirus, intitolato alla pandemopraxia, e l’iniziativa (curata per Cittadellarte da Saverio Teruzzi, coordinatore degli ambasciatori Rebirth/Terzo Paradiso) che ha visto la partecipazione di quasi 90 personaggi* che hanno risposto alle domande tratte o ispirate dalla canzone dei Subsonica.

Un virus buono per esaudire la promessa della democrazia. Quale meccanismo sociale può agire come un contagio (buono) e diffondere la visione e le pratiche della demopraxia?

Per cercare risposte, si consideri che tra i principali motivi per cui le (buone) idee e pratiche hanno difficoltà a diffondersi ve ne sono tre che spiccano: la resistenza mentale al cambiamento (l’abitudine), la preferenza per situazioni che costano meno energia ancorché comportino cessioni di autonomia (la soggezione) e il timore di fallire e di subire il danno (la paura).
Tutti e tre questi compagni di vita di ogni uomo costituiscono ottimi alleati per l’esercizio del controllo sociale che i più diversi gruppi nella storia hanno adottato per mantenere la propria egemonia.
Per analizzare questi tratti psicosociali conviene partire dal fatto che essi offrono realmente vantaggi per chi li esprima nelle proprie scelte e comportamenti, ed è per questo che tanto successo hanno avuto.

L’abitudine*, per cominciare, comporta un innegabile risparmio di risorse. Essa accompagna indissolubilmente l’apprendimento: è un meccanismo di vitale importanza che ci permette di fare tesoro delle nostre esperienze e di non cominciare ogni volta da capo. Gli automatismi, infatti, sono essenziali nei primi passi della nostra crescita, nell’apprendere a camminare, a rendere sempre più efficiente il controllo del corpo al proprio interno e con l’ambiente. Ma anche molte interazioni sociali devono diventare automatiche (e rapide) per la nostra sopravvivenza per esempio quando riguardino comportamenti di difesa o fuga. L’abitudine, però, inibisce o impedisce il ricorso alla creatività. Quante occasioni abbiamo mancato nella vita per il fatto che non ci abbiamo pensato? Se non ci abbiamo pensato, spesso, il motivo è perché eravamo abituati a fare in un certo modo e questa abitudine serve appunto a non pensarci.

Se invece si vuole pensarci, occorrerà se non proprio azzerare la nostra fiducia nell’esperienza pregressa, almeno ridurne l’importanza. Che cosa avviene quando la nostra piena fiducia nell’abitudine arretra? Che si apre uno spazio per pensieri e comportamenti nuovi, diversi, originali. Questo è il terreno della creatività. Qui si crea. Ed è qualcosa che può darsi in ogni momento della nostra vita, anche nelle attività più banali. Non è appannaggio esclusivo dei grandi artisti, anche se l’artista fa di questa attitudine la sua professione quotidiana.
Esiste dunque una tensione che unisce abitudine e arte. L’esercizio delle facoltà creative dunque porta con sé un alto tasso di pensieri e comportamenti non automatici. Questo significa dire che la creatività apporta un effetto di deautomatizzazione. D’altro canto sembra coerente che tra autore e automa vi debba essere una buona dose di reciproca alternatività o rapporto di proporzionalità inversa: quanta maggiore autorialità, tanta minore automaticità.
Tuttavia, non si pensi che l’esercizio dell’arte non comporti automatismi: basti pensare alla dimensione tecnica: un virtuoso del violino ha sviluppato una straordinaria dotazione di automatismi. Ma perché anche la sua interpretazione sia altrettanto straordinaria, dovrà fare appello all’autorialità, e aprire la porta al non ripetuto, al nuovo, a qualcosa che sia in qualche modo connesso allo spazio e al tempo in cui l’interpretazione sta avvenendo, spazio e tempo che per definizione sono diversi dalle precedenti. Il contingente, il situato, la situazione, lo specifico e persino una certa dose di imprevedibile devono essere accolti, se il virtuoso intende essere riconosciuto grande anche come artista.

Coltivare l’arte dunque è un antidoto alla sclerotizzazione che ci aspetta quando la nostra mente è troppo incline all’automazione. Vi sono evidenze scientifiche* che l’arte aiuti nelle terapie contro le malattie neuro-degenerative, e questo sembra coerente con il paradigma del passaggio dall’automa all’autore.
Tuttavia, il creare per il creare (l’arte per l’arte) può esso stesso diventare un automatismo mentale, per il quale il nuovo assurge a sinonimo e feticcio del bene, senza rapporto con le circostanze concrete in cui la creazione avviene, senza un ecosistema sociale e ambientale con cui negoziare il senso di ciò che si crea, e dello stesso fatto del creare. Il rischio della trascendenza e dell’idealismo* è sempre in agguato nello spirito umano e anche se ci si può facilmente illudere che gli artisti, in quanto autonomi, ne siano immuni, è invece comune che essi ne siano sopraffatti.

Se l’abitudine è tanto necessaria quanto tossica quando essa sia portata ad assumere preminenza, che cosa dire della soggezione?
Che cosa si intende con soggezione? Un quasi sinonimo del termine potrebbe essere domesticazione. La soggezione è l’essere soggetto, in senso di sottomesso. Dunque è propriamente sottomissione. Come l’abitudine, anche la soggezione porta in dote vantaggi che spesso si rivelano veri e propri strumenti di salvezza, come sanno bene i giovani primati che osano sfidare il maschio alpha. O i cani. O i ragazzini che fanno la lotta. O i soldati, i dipendenti di un’azienda, i compagni di squadra. Anche per il più valente dei combattenti, prima o poi arriva sempre il momento in cui conviene una dignitosa ritirata, un compromesso, piuttosto che un’ulteriore battaglia. La soggezione per la gran parte degli individui è una pratica di massima utilità. Ma anch’essa rischia di far perdere opportunità e presto o tardi ogni uomo si trova di fronte alla necessità di fare appello a tutto il suo coraggio e affrontare il maschio alpha (qualunque forma esso abbia preso).

Il coraggio in molte delle occasioni della vita sia degli individui, sia dei gruppi sociali, può aiutarci a sviluppare un modo di affrontare l’altro, quando sia portatore di visioni e intenzioni opposte alle nostre, facendo uso della tecnica (dell’arte) del dialogo. Dià logos. Discorso. Il linguaggio. Verbale, soprattutto, ma non solo verbale. La massima espressione di quest’arte si ha nel dialogo del metodo socratico. Ma come l’arte è facoltà umana (nel senso che appartiene a tutti gli umani, non che solo ad essi competa, molti sono gli esempi di altri animali capaci di creare) e gli artisti sono coloro che la esercitano per professione, così il dialogo è strumento universalmente disponibile a tutti gli umani, ma Socrate e i suoi anche moderni epigoni sono probabilmente gli artisti del dialogo. Non intendiamo ovviamente dell’arte retorica, ma appunto del dialogo socratico. Esso presuppone e nello stesso tempo promuove lo spirito critico, e anche il coraggio, come si ricorderà dalla circostanza dello sfidare il maschio alpha. Lo spirito critico e il coraggio sono tanto importanti per lo sviluppo della persona fisica, cioè dell’individuo con la sua identità, quanto lo sono per la società. Non è un caso che le dittature siano sempre feroci con chi eserciti le due capacità che abbiamo tratteggiato, l’arte e lo spirito critico. Il potenziale sovversivo che portano è altissimo. Una società di autori e pensatori non corrisponde al sogno del dittatore che preferisce una massa di automi.

Passando a trattare la terza capacità, individuiamo il tratto psicologico massimamente caro alle dittature di ogni tipo, da quelle dei regimi totalitari a quelle esercitate tra le mura domestiche: la paura. Si sa che essa sia uno degli strumenti principali del controllo sociale. Ma c’è una terza forma di dittatura che spesso ci affligge ed è quella esercitata da noi stessi su noi stessi. La paura di sbagliare, di fallire, è spesso così terribile che ci rende inermi e passivi. Eppure anche la paura ci è amica, anzi, è una delle prime amiche della vita. Attraverso di essa si attiva un processo metabolico incredibilmente raffinato che nell’arco di centesimi di secondo porta l’organismo in uno stato fisico profondamente diverso. E questo consente la fuga repentina potendo fare affidamento sulle massime capacità del nostro apparato fisico e psichico, fino ad arrivare a non sentire il dolore, ad esempio, fino a quando non siamo giunti in salvo.

Se il meccanismo della paura acuta è tanto salvifico, la cronicizzazione della paura può assumere i contorni di una schiavitù. Ne possiamo diventare preda costante, in ogni occasione, non solo appunto quando le spighe della savana sono mosse dalla leonessa intenta all’agguato. La paura può diventare un automatismo psichico e quanti disturbi psicosomatici testimoniano degli effetti che essa può avere sulla nostra salute.
Vi sono dunque paure motivate e sane e altre meno motivate, se non immotivate e dannose.
Quale antidoto conosciamo per la paura? Come capire se un timore che ci attanaglia è ragionevole e dunque utile, oppure al contrario è immotivato e dunque nocivo?
Quello che tutti noi sperimentiamo nella vita è che alcune cose che temevamo si sono rivelate paure infondate una volta che abbiamo capito la loro vera natura.

Dalle paure infantili a quelle degli adulti, il capire che cosa esse realmente siano è un processo di ricerca e apprendimento che anche in questo caso appartiene a tutti gli umani (e altri animali). Noi tutti facciamo quello che i ricercatori (scientifici o umanistici) fanno per mestiere. Analizziamo le situazioni, ci informiamo, indaghiamo, facciamo sopralluoghi, ascoltiamo il parere di esperti, in una parola: facciamo ricerca. La ricerca sconfigge molte paure nella nostra vita. Oppure aiuta a circoscriverle e diventarne anche maggiormente consapevoli, ma pure capaci di spiegarci la loro natura. E forse pure di trovare, un giorno, un rimedio alla loro causa. La ricerca aiuta a curare la paura e le ragioni della paura.
Lo spirito di ricerca è professionalmente esercitato dai ricercatori scientifici e umanistici. Anche loro le dittature non guardano senza sospetto e, almeno per quanto riguarda i ricercatori scientifici, cercano di metterli al proprio servizio, con le buone o le cattive.
Ma la ricerca è un’attività del pensiero e della vita pratica che tutti esercitano, o eserciterebbero se, come propone qualcuno, essa fosse riconosciuta come diritto universale umano*. “… ricerca è un nome specializzato per una capacità generalizzata di fare indagini disciplinate su quelle cose che abbiamo bisogno di sapere, ma non sappiamo ancora. Ritengo che la conoscenza sia più preziosa e più effimera a causa della globalizzazione e che sia vitale per l’esercizio della cittadinanza informata. Riconosco il 30% della popolazione mondiale totale nei paesi più poveri che può superare l’istruzione elementare fino all’ultimo gradino dell’istruzione secondaria e post-secondaria e dichiaro che uno dei diritti che questo gruppo dovrebbe rivendicare è il diritto alla ricerca – acquisire conoscenze strategiche, poiché questo è essenziale per le loro rivendicazioni di cittadinanza democratica…”.

In tutti e tre i casi di capacità che abbiamo toccato (le arti, lo spirito critico del dialogo socratico e la ricerca) possiamo facilmente notare come le società democratiche liberali moderne in gran parte dei casi abbiano coltivato gli antidoti. Essi sono di fatto fondamentali valori democratici. Eppure l’abitudine, la soggezione e la paura prevalgono e tendono a spostare la nostra vita verso l’automa più che l’autore che è in noi.

Questi meccanismi penetrano nella quotidianità delle comunità e dei singoli attraverso la loro automatizzazione, che occupa la dimensione culturale e comportamentale.
Quindi tendono a occupare lo spazio dell’iniziativa, prosciugandolo e neutralizzandolo profondamente.
Le istituzioni pubbliche e private che informano l’organizzazione e il governo della società, infatti, fanno affidamento sulla nostra naturale inclinazione all’abitudine, alla soggezione e alla paura e conseguentemente promuovono pensieri e comportamenti automatizzati, socialmente ‘collaudati’ e funzionali.

A questo punto, poiché l’automatismo è promosso da abitudine, soggezione e paura, allora la deautomatizzazione può contribuire a liberarsi dalla condizione di passività e neutralizzazione in cui l’automatizzazione tende a relegarci? Se la disautomatizzazione porta a una emancipazione, come promuoverla? E soprattutto, è possibile che l’emancipazione promossa dalla deumatizzazione possa innescare processi tesi alla demopraxia, cioè la realizzazione piena della democrazia?

Innanzitutto, come abbiamo visto sopra, la ripetizione è un’applicazione in forma meno riconoscibile degli automatismi. Invece la posizione che si assume quando si opera come autori comporta la perdita dello stato (e dello status sociale) di automa.
Questo passare dall’essere automa a essere autore è, probabilmente, nella maggior parte dei casi, temporaneo e parziale, pur tuttavia rappresenta la pratica più radicalmente generativa e rigenerativa che gli individui e le organizzazioni e la società possano coltivare.

La posizione di autore è praticabile da parte di tutti? Citando la massima di Michelangelo Pistoletto creare è umano, questa facoltà sarebbe alla portata di tutti, e lo stesso possiamo dire dello spirito – critico come ci dimostra Socrate – e della ricerca. Ma queste naturali capacità non bastano se non sono accompagnate dalla libertà di esercitarle. E se viene inculcato in noi il pregiudizio che invece queste capacità siano riservate a pochi eletti. Non bastano, a meno che impariamo a riappropriarci di quanto è sempre stato nostro attraverso la formazione, attraverso una scuola.

 

Conclusioni
L’arte (la creatività coniugata con lo spirito critico e la ricerca) rappresenta la strada per il contagio buono della demopraxia. A questa prospettiva è dedicato il quasi manifesto della Pandemopraxia che invita persone e organizzazioni delle reti a cui partecipiamo come Cittadellarte ad attivarsi e sperimentare questa strada. Ed è stato in quel frangente che l’arte della band dei Subsonica è venuta in aiuto.
Il finale citato in apertura di questo testo, infatti, è un dispositivo di deautomatizzazione semplice ma assai efficace. Come farai quello che farai? Questa domanda, declinata su esempi concreti e vicini a ognuno di noi (parlare, vestire, lavorare, nutrirsi, pensare, sorridere, sognare…) è un potente metodo per accedere alle regioni del nostro spirito in cui queste azioni sono codificate e quasi sempre automatizzate, attraverso l’azione combinata dell’abitudine, la soggezione e la paura.

Per rispondere alle domande della canzone, dunque, bisogna creare, con spirito critico e sulla base della costante attività di ricerca, cioè studiare che cosa esse chiedano veramente e che cosa esse implichino nella nostra vita, nel contesto in cui viviamo, la nostra ecologia di pratica, la nostra casa, il luogo in cui lavoriamo, dove e con chi e come e con quali tracce e conseguenze passiamo il nostro tempo. La ricerca, ancor più quando vissuta come diritto inalienabile, attiva ed impegna le persone nelle proprie comunità, trasformandole in agenti del cambiamento, invece che persone soggette passivamente alle ricerche e pratiche altrui, che siano i loro delegati legittimi o altri.
Ognuno di noi, attraverso la triade arte-spirito critico-ricerca, assume un ruolo fondamentale nella struttura sociale, perché la nostra stessa identità* non sarà più legata a narrazioni preesistenti e prefabbricate, ma discenderà dal creare, dal ricercare e dagli esiti di queste facoltà.
Che cosa troveremo ricercando nel nostro quartiere, nel nostro ufficio, nella nostra casa, nel nostro luogo di lavoro? E che cosa creeremo in questi contesti, facendo uso dello spirito che alberga in ognuno di noi, spirito teso a creare, generare e rigenerare, per natura e per diritto?

L’arte della Demopraxia assume queste basi come proprio fondamento, l’arte e la ricerca come motori di un ingaggio sociale e civico. E questo ingaggio si gioca all’interno delle nostre ecologie di pratica.
Promuovere arte (motore del creare), dialogo socratico (forma di espressone dello spirito critico) e ricerca (fonte della verifica) per un giudizio autonomo e una conseguente azione responsabile è il farmaco o contagio buono che Cittadellarte è impegnata a creare e ricercare, con le reti a cui partecipa, e con la sua scuola, in particolare l’Accademia Unidee del Terzo Paradiso.

Paolo Naldini, Biella, gennaio 2020

 


Note dal sommario
1* – Disautomatizzazione: Il termine, qui usato in un’accezione comune, è collegato alla trattazione di Bernard Stiegler, vedi Stiegler, B (2019). La società automatica. 1. L’avvenire del lavoro, Milano, Meltemi.
2* – Ecologia di pratica: il termine è derivato dalla nozione di “comunità di pratica” di Wenger e Lave, vedi Wenger, E. (1998). Communities of practice: learning, meaning, and identity. Cambridge University. New York, Oxford University Press.
Note dal testo
1* – Il concetto di demopraxia nasce intorno al 2011 in Unidee, la scuola di Cittadellarte, Biella, ed è fondato sulla sostituzione del cratòs con la praxis, riconoscendo all’ecologie di pratica la funzione di microgoverni già di fatto operanti nel tessuto sociale, ma disattivati o latenti per mancanza di consapevolezza e di metodi di sistema. Cittadellarte e il network di quasi 200 Ambasciate Rebirth diffuso nel mondo, ha sviluppato un metodo (L’arte della Demopraxia – vedi http://demopraxia.org/demopraxia.html – che propone un canovaccio per un’Opera di partecipazione civica fondata sull’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Gli obiettivi dell’Agenda sono stati presentati pubblicamente in una delle prime occasioni a livello globale a L’Avana, Cuba, proprio nellambito dell’avvio della prima Opera Demopratica nel novembre 2015. Il canovaccio della demopraxia prevede 3 fasi (Coro, con mappatura e mostra; Forum e Cantiere) ed è in corso di sperimentazione in diverse città europee, in Australia e Cuba.
2* – Hanno partecipato giornalisti come Milena Gabanelli, artisti dell’animazione come Bruno Bozzetto, religiosi come Padre Enzo Fortunato, politici come Francesco Rutelli, scrittrici come Silvia Avallone, cantanti come Massimo Ranieri, funzionari del Mibact come Maria Laura Orrico, chef come Carlo Cracco, musicisti e produttori come Frankie Hi-nrg, soundartisti e compositori come Max Casacci, conduttori come Nicolas Ballario, leader come il Presidente di Croce Rossa Francesco Rocca e poi docenti, manager, critici e curatori, imprenditori, funzionari ONU…
3* – La nozione di abitudine come fondamento dell’umana comprensione del mondo è stata sviluppata in particolare dal del filosofo scozzese David Hume nel saggio Trattato sulla natura umana.
4* – Crystal Ehresman, From rendering to remembering: Art therapy for people with Alzheimer’s disease, International Journal of Art Therapy, Volume 19, 2014 – Issue 1: Art Therapy and Neuroscience. “… Negli ultimi due decenni, le terapie artistiche creative sono state sempre più utilizzate per il supporto e l’assistenza terapeutica in una varietà di strutture sanitarie. La crescita personale attraverso l’attività artistica è possibile in ogni fase della vita, anche per chi ha una demenza dovuta all’età avanzata. La malattia di Alzheimer (AD) è una condizione neurologica prevalente senza causa definitiva e con trattamenti e interventi efficaci limitati disponibili. Le regioni del cervello e i meccanismi coinvolti nella creazione di arte visiva non sono irreparabilmente compromessi per chi soffre di Alzheimer. L’arteterapia come trattamento per le persone con demenza può migliorare la qualità della vita attraverso i benefici che derivano dall’uso delle arti visive per comunicare l’esperienza interiore e connettersi con gli altri. Inoltre, le attività creative stimolano diverse regioni del cervello contemporaneamente, incoraggiando un cervello sano negli anziani promuovendo i processi plastici del cervello”.
5* – Si potrebbe analizzare l’inclinazione alla trascendenza come effetto delle concause indicate in questo articolo (abitudine, soggezione, paura), e l’immanenza come antidoto fornito dalle tre corrispondenti capacità (creatività, spirito critico, ricerca) ma non è questa la sede opportuna.
6* – Il riferimento all’identità è in sintonia con la teoria dell’identità di pratica, vedi Christine Kosgaard, Le origini della normatività, a cura di Luciana Ceri, presentazione di Luca Fonnesu, Pisa, Edizioni ETS, 2014. Dall’introduzione: identità pratica… cioè la descrizione in base alla quale trovate che la vostra vita valga la pena di essere vissuta, e che le vostre azioni valgano la pena di essere intraprese”, essa consiste in un insieme di ruoli e identità che costituiscono cioè che noi siamo, il più importante dei quali è quello di membri del Regno dei Fini. La moralità kantiana, nella rielaborazione di Korsgaard, consiste dunque in una legge formale, il principio di universalizzazione, e nel contenuto di questa legge che viene fornito dalla nostra identità pratica.