A tu per tu con Carlo Petrini tra alimentazione, politica e ambiente
Ai nostri microfoni il fondatore dell'associazione "Slow Food" - amico del nostro Michelangelo Pistoletto e del Terzo Paradiso - a tutto tondo tra migranti e politica ("l'Europa non deve lasciare da sola l'Italia, ma quando la gente si trova in una situazione di pericolo in mare è dovere di tutti salvaguardarne la vita e difenderne l'incolumità"), alimentazione ("se spostassimo una piccola percentuale dei nostri consumi quotidiani alimentari verso economie locali come i mercati contadini riusciremmo ad avere finanze a beneficio delle comunità locali e non dei mercati internazionali"), sostenibilità e ambiente.

Da oltre 30 anni va avanti una battaglia a difesa della biodiversità agroalimentare e a contrasto delle economie speculative che danneggiano i piccoli produttori: questo “conflitto” globale ha un condottiero, Carlo Petrini. Conosciuto con il nome di Carlìn, l’agronomo nato a Bra è sociologo, scrittore e attivista, oltre che ideatore di manifestazioni come il Salone del Gusto di Torino. Celebre per aver fondato l’associazione Slow Food nel 1989, con il quale porta avanti, dalle Langhe al mondo intero, obiettivi quali la salvaguardia della biodiversità, il rispetto dell’ambiente e la salute dei consumatori attraverso scelte alimentari responsabili.
Di seguito l’intervista a tutto tondo con Petrini.

Petrini, lei è solito far uso del termine “co-produttore”, più responsabilizzante nei confronti dell’individuo rispetto all’abusato termine di “consumatore”. Le scelte negli scaffali dei supermercati possono essere i primi passi in grado di innestare una svolta virtuosa?

Penso che il lavoro che ognuno di noi può realizzare sia quello di orientarsi verso un’economia più locale. Dal punto di vista alimentare, ad esempio, favorire consumi che si orientino più sul territorio. Se noi spostassimo solo una piccola percentuale dei nostri consumi quotidiani alimentari – che spesso avvengono nei supermercati – verso economie locali (come mercati contadini, botteghe o comprando direttamente dai contadini), noi riusciremmo ad avere una massa di disponibilità finanziaria a beneficio delle comunità locali e non dei mercati internazionali. Spesso, molti di questi prodotti che si trovano nei supermercati sono in mano a grandi multinazionali o fanno viaggi lunghissimi da un continente all’altro. In prospettiva, questa non sarà più una soluzione sostenibile, perché chiede a noi di implementare un metodo produttivo che consuma molta energia e risorse nei trasporti e non agevola il cambiamento di paradigma, che è senza dubbio quello di favorire l’economia locale.

Da una parte pare in aumento la consapevolezza collettiva al consumo di cibi sani, con un’attenzione maggiore degli italiani su quanto portare nelle proprie tavole; dall’altra si diffonde sempre più la politica del fast food, non valutando una corretta alimentazione come priorità quotidiana. È reale questa spaccatura? Come sensibilizzare ad acquisti responsabili anche chi non presta attenzione a come riempire il carrello?
Questa spaccatura, negli ultimi tempi, si è accentuata a favore di chi predilige consumi più responsabili. Questo è anche determinato dalle paure che molte persone avvertono nel sistema alimentare che è responsabile anche di malnutrizione dal punto di vista salutistico. Così molti cominciano a pensare che non è più l’elemento del basso costo a dover incidere sulla scelta di acquisti, ma deve essere un fattore di responsabilità, di attenzione alla realtà locale e anche al proprio benessere. Significa lavorare più sulla qualità, sprecare di meno e capire che molte volte, certe scelte che apparentemente costano poco, sono, dal punto di vista dell’economia, carissime, perché hanno delle ricadute che vengono chiamate “esternalità negative”, che poi tutta la collettività deve pagare. Se io implemento e rafforzo le monoculture, distruggo la fertilità dei suoli; quindi chi paga questa perdita? La paghiamo tutti noi! Se io consumo prodotti a basso costo che, però, fanno male alla salute, dovrò spendere in medicine: queste sono le “esternalità negative”. Ecco quindi che è necessario, da parte di tutti, avere e pretendere più informazioni, intese come tracciabilità dei prodotti, sapendo come avvengono cambiamenti e trasformazioni. Questa presa di coscienza è quella che io definisco “co-produzione”.

Un nome nuovo alla guida del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali: Gian Marco Centinaio, indicato dal neo-governo leghista/pentastellato. Qual è il suo pensiero in merito al politico pavese?
Non lo conosco personalmente e non so quali sono le linee attuali del suo mandato ministeriale. Bisogna lasciare che esprima le sue opzioni, lo valuteremo con molta attenzione, sperando che l’Italia non esca da situazioni virtuose ma, anzi, le implementi. Per esempio, sono convinto che questo nuovo governo avrà più attenzioni a non sfavorire trattati internazionali che agevolano grandi industrie multinazionali, dedicandosi meno ai piccoli produttori, ma aspettiamo a dire la nostra.

Al netto delle polemiche di questi giorni sulla vicenda della Aquarius (la nave dell’ONG SOS Mediterranée in arrivo dalla Libia con più di seicento migranti a cui non è stato consentito di sbarcare nei porti italiani), è giusto rivedere le politiche europee sulla migrazione? Può avere senso “aiutarli davvero a casa loro”? O l’unica soluzione sensata è costruire politiche di accoglienza più efficienti e civili?
Entrambe. “Aiutarli a casa loro” è una bella frase che però nessuno mette in pratica. È fondamentale, inoltre, che l’Europa non lasci l’Italia sola davanti a questa situazione, quindi servirebbe un cambiamento di atteggiamento da parte di tutti i governi europei. E, terzo elemento, sarebbe importante avere coscienza che questi immensi esodi dall’Africa sono il frutto di un colonialismo e di un neocolonialismo che ancora oggi mette in ginocchio l’Africa a privilegio degli stati più potenti. L’affermazione “aiutiamoli a casa loro” deve essere messa in pratica, altrimenti rimane senza senso. Non va dimenticato, oltretutto, che quando la gente si trova in una situazione di pericolo in mare è dovere di tutti salvaguardarne la vita e difenderne l’incolumità. Questa è una delle regole fondative di chi vive in mare. Quindi, tornando alla domanda, ci vuole buon senso in entrambi i fronti.

In un suo incontro al Salone Internazionale del Libro di Torino è intervenuto criticando l’eccessiva spettacolarizzazione televisiva rivolta agli chef, presenti in un susseguirsi di talent show e programmi quasi sempre declinati al maschile. Un’attenzione mediatica che pare rivolta ai personaggi più che alla cucina. A cosa è dovuto questo trend globale? Questi varietà potrebbero diventare strumento utile per diffondere una corretta cultura dell’alimentazione pur mantenendo il proprio format?
Sì, ma senza esagerare. Oggi l’aspetto spettacolistico è dominante rispetto ai contenuti. Siamo in presenza di un’esasperazione che potrebbe anche giovare in positivo verso buone pratiche alimentari e agricole, senza dubbio anche verso acquisti più responsabili. Però sono due cose che possono anche non coincidere. Il ragionamento non è pensare che la soluzione sia solo nella spettacolarizzazione, ma anche nei contenuti e nelle “alleanze”. Se uno chef promuovesse una vera alleanza con contadini e con la produzione virtuosa e poi la favorisse anche attraverso il suo impatto mediatico, allora il risultato potrebbe essere interessante. Se invece è solo una questione di spettacolarizzazione dove la capacità mediatica e anche tecnica-cucinaria viene privilegiata su tutto, allora, per me, non può essere artefice di un cambiamento. E oggi, in campo alimentare, un cambiamento urge davvero.

È utopistico pensare che la criticità globale della fame nei paesi in via di sviluppo venga risolta? Se sì, quali sono i mezzi per ovviare al problema? Si discute molto di diete, calorie, prodotti bio ecc, ma a 1000 km di distanza da noi c’è chi muore di fame…
Quello della fame è un problema di politica internazionale. Spetta a tutte le comunità rafforzare la sensibilità nei confronti dei governanti, perché i contributi che l’occidente ricco destina a queste economie povere sono irrilevanti. Qui ritorna il messaggio “aiutiamoli a casa loro”: se pensiamo che negli ultimi dieci anni i fondi per la cooperazione dei paese sottosviluppati si sono ridotti del 90%, si vede, nei fatti, come questa affermazione sia basata sul nulla. Occorre, viceversa, avere a cuore un atteggiamento più responsabile da parte di tutti, da parte dei governi, dei consumatori e dei cittadini, che possono influenzare non solo la politica, ma, con i propri comportamenti alimentari ed evitando lo spreco, anche forme di sconquasso dal punto di vista ambientale. È un processo di responsabilità, che deve vedere una mobilitazione più ampia di quella che è in sintesi.

Il 5 giugno scorso è ricorsa la “Giornata mondiale dell’ambiente” (festività proclamata nel 1972 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in occasione dell’istituzione del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente): una delle minacce che minano maggiormente la salvaguardia del pianeta è l’annoso problema “plastica”. Quali prospettive delinea attorno all’emergenza globale di questo materiale?
La situazione è preoccupante, ma, del resto, non possiamo pensare di eliminare la plastica perché è entrata in maniera determinante nella nostra vita. Possiamo ridurne l’uso, in particolare eliminando quella usa e getta che inquina l’ambiente. È un lavoro di sensibilizzazione, mobilitazione, presa di coscienza che deve partire da tutta la società. Prendiamo come banale esempio le cannucce che vengono usate per i cocktail: sono tutte di plastica, ma una volta erano di paglia, riciclabili. Dobbiamo nel modo più assoluto eliminare la plastica usa e getta, poi favorire il riciclaggio. Significa che dobbiamo fornire un motivo per usare bottiglie di plastica e queste devono avere un “valore”, in modo da agevolare il riciclaggio facendo in modo che, restituendole, si possa avere un benefit. Oggi, su una produzione di plastica di cento, solo il 9% è riciclato, quindi è una situazione insostenibile. Sono due le mosse da fare: limitare il consumo di plastica usa e getta, a partire dai nostri comportamenti individuali, e implementare fortemente il riciclo.

Quali operazioni sta portando avanti Slow Food in ambito di agricoltura sostenibile?
Le più significative sono quelle di favorire in ogni situazione la costituzione di orti per l’auto-produzione. Quindi orti scolastici, cittadini, familiari, didattici e comunitari; questo, ad esempio, ha un grande impatto in Africa. Secondariamente, lavorare per un’economia locale, quindi non fare viaggiare gli alimenti e valorizzare i prodotti locali, ovvero l’agricoltura di prossimità. Fare in modo, così, che questa agricoltura possa vivere e dare buoni risultati, senza essere sotto schiaffo di prodotti industriali che viaggiano da un continente all’altro. Il terzo elemento è costituire mercati contadini che diano la possibilità di ridurre la filiera e rendere più diretto il rapporto tra contadino e cittadino. Un aspetto positivo sarebbe il mantenimento di forme di comunità di supporto da parte del cittadino, dei pre-acquisti che gruppi di persone facciano ai contadini, evitando forme di speculazione finanziaria da parte di chi coltiva, perché si avrebbero i soldi in anticipo. I cittadini, inoltre, avrebbero una resa diretta nel momento in cui i produttori portano i prodotti, quando sono freschi, a un prezzo adeguato. Sono forme di collaborazione che possono determinare, indipendentemente dalla politica, un cambiamento di paradigma e della società, rendendola più solidale, più equa, meno “spendacciona”, più sensibile al cambiamento e alla difesa dell’ambiente, alla riduzione di un energia fossile verso una rinnovabile, all’alimentazione locale… una società che nei fatti anticipi quello che, poi, la politica potrebbe fare in maniera più massiva.

A marzo scorso, a Torino, si è tenuta la conferenza “Le tre querce”. Durante l’incontro, lei, insieme a Franco Berrino e Michelangelo Pistoletto, ha discusso di trasformazione sociale responsabile, sottolineando come questa debba innestarsi anche a partire da un scelta alimentare virtuosa. Cosa le ha lasciato confrontarsi sulla sostenibilità a 360 gradi con il medico e l’artista?
Queste tematiche non sono il risultato di campi di lavoro, anzi, siamo in presenza di una dimensione olistica. Tutto è connesso. Non è che io, investito da cultura alimentare, non sia sensibile alla salute delle persone o alla capacità di coinvolgimento dell’arte: in qualche misura siamo tutti artisti, medici e cultori del buon cibo. Non sento una particolare diversificazione, anzi, vedo nelle persone che hanno la capacità di cambiare il mondo in positivo un nesso e l’importanza di fare squadra, perché tutto è connesso e non bisogna trattare e affrontare gli aspetti in maniera monocorde da un solo punto di vista.

Nel 2008 il quotidiano britannico “The Guardian” l’ha posizionata tra le 50 persone che potrebbero salvare il pianeta. Petrini, quali sono gli ingredienti per cambiare il mondo?
Sono sempre stato scettico su quella definizione. Se il pianeta, per cambiare, ha bisogno di queste 50 persone, parametrando me, il mondo è malmesso – ride, ndr -. Non credo in questa dimensione, penso invece che il mondo si possa cambiare con l’ausilio di molte persone, con il cambiamento nei fatti e nei comportamenti individuali che sanno incidere sull’ambiente, sulla politica e sulla comunità. Credo, in particolare, che le comunità siano delle forme di aggregazione che possono cambiare il mondo. Una comunità può avere obiettivi ambiziosissimi e magari impostarli, crederci e realizzarli, semplicemente perché ha una sicurezza affettiva. Una dimensione dove cambiamento, sicurezza affettiva, piacere di fare le cose e una piccola dose di felicità sono gli ingredienti migliori per cambiare il mondo.