Anna Favella, lo sguardo attraverso lo specchio della natura per cambiare il mondo
Intervista a tutto tondo all'attrice, in un viaggio intimo tra recitazione, attivismo e sostenibilità. Scopriamo, in un dialogo trasversale, come il suo talento espressivo e professionale non si limiti a un set teatrale o televisivo ma sconfini ponendosi al servizio dell'ambiente: “Dobbiamo imparare ad ascoltare il linguaggio della natura. Conoscenza e consapevolezza - ha affermato - sono le chiavi per salvare il pianeta”.

Milano, 22 febbraio. La giornata è uggiosa: le nuvole fanno l’amore, la pioggia sfiora i passanti. Il cielo ha le stesse sfumature del Duomo. Eppure, c’è colore per tutta la città. Il fermento da Fashion Week è evidente, non si può frenare, a partire da quello che nasce e si sviluppa a Palazzo Giureconsulti. Ecco, torniamo, per pochi frangenti, all’interno del più antico centro congressi della città: saliamo al primo piano, entriamo nella Sala Parlamentino. È avvolta dal silenzio, abbracciata dal buio. In quel chiaroscuro impressionista, i riflettori sono puntati su una figura sulla quale confluiscono gli sguardi dei presenti. Una donna, dai lunghi capelli dorati, è in piedi, ferma, ma viaggia tra pensieri ignoti. Lo si evince osservando le sue iridi blu oceano, perse tra onde che forse non sa come domare. Lei è Anna Favella, volto noto del teatro, del cinema e della televisione italiana e internazionale. Alle sue spalle l’installazione immersiva La natura in parlamento di Tiziano Guardini e Luigi Ciuffreda, sfondo attivo della live performance che la rivedrà protagonista pochi istanti dopo.

Sì, perché l’attrice sta portando il suo contributo alla terza edizione di Fashion for Planet Open Parliamentappuntamento organizzato da Cittadellarte Fashion B.E.S.T. e Camera Nazionale della Moda Italiana con la collaborazione della GARN – Global Alliance for the Rights of Nature e dell’Accademia Unidee, che mira a dare voce ai diritti della natura con un linguaggio artistico. Anna, ça va sans dire, si inserisce in questo incontro avvalendosi di uno dei suoi talenti più preziosi, la recitazione. Parte, così, la sua esibizione. Un pathos immediato, che taglia di netto ogni distrazione. Prima un suo intervento registrato si diffonde nella sala offrendo un’esperienza riflessiva agli astanti. Dopo la riproduzione del suo brano, entra nel vivo della performance. In realtà, non si tratta di uno show individuale, ma collettivo: Anna è la performer che ha portato ad ascoltare la natura non singolarmente, ma proponendo parte degli interventi dei relatori delle due precedenti edizioni di Fashion for Planet Open Parliament. Passato e presente, uno e molti, onirico e reale, natura e artificio. Insomma, un abbraccio tra opposti che strizza l’occhio al Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Così, per rivivere la performance, abbiamo intervistato chi le ha dato forma, intraprendendo un viaggio introspettivo nella vita artistica e personale di Anna Favella.


Foto di Manuela Giusto.

Anna, ripercorriamo la terza edizione del Fashion for Planet Open Parliament focalizzandoci sul tuo contributo artistico. Sul piano concettuale, cosa si cela dietro alla tua performance a Palazzo Giureconsulti? Qual è il messaggio chiave che hai voluto trasmettere?
La performance si è articolata in due parti. La prima era incentrata su un video: io ho scritto e interpretato il testo che ha accompagnato il filmato proiettato sull’installazione di Guardini e Ciuffreda, frutto delle nostre suggestioni e di quelle di Olga Pirazzi. Abbiamo voluto dar voce alla natura, perché ci siamo accorti che l’essere umano non la ascolta più, anche se dovrebbe essere il nostro faro e la nostra bussola. Così ho proposto un testo a tinte poetiche, quasi un’ode, in cui ho fatto vestire all’essere umano i panni di un marziano; insomma, un alieno sul suo pianeta, perché non solo non è in grado di sentire e comprendere la lingua delle altre specie viventi, ma arriva persino a danneggiarle. In questa canzone che intona l’essere umano nei confronti della natura, si palesa una situazione spiazzante: il soggetto, spaventato, non so come prendersi cura del pianeta, perché non lo conosce. Citando Stefano Mancuso, come posso infatti amare o proteggere qualcosa che non conosco? L’invito che con le mie parole ho voluto rivolgere è quello di ascoltare e osservare ciò che ci circonda. I popoli indigeni sono un esempio virtuoso, perché si integrano armoniosamente nell’ecosistema e in tutta l’esistenza, rispettando le stagioni e i cicli naturali anche nella scelta del cibo. Riporto, a questo proposito, una riflessione di uno sciamano della foresta amazzonica: per lui e per il suo popolo la foresta rappresenta casa, ma anche il mercato, la farmacia e il nutrimento. La seconda parte della performance consisteva nella condivisione di una serie di estratti dei talk delle prime edizioni del Fashion for Planet. Mi ha affascinato che gli interventi che ho letto, seppur provenienti da relatori di differenti generazione e professione, portassero lo stesso messaggio, ossia quello di rispettare la natura.


La live performance di Anna Favella. Foto: redazione Journal.
 
Anna Favella a Palazzo Giureconsulti (foto di Valerie Khoury).

Attrice sul palco e attivista nel quotidiano: nella tua bio di Instagram e nel tuo sito ti identifichi come ‘Earth Lover’. Non solo, sei Ambassador di realtà come Amnesty InternationalOne Ocean Foundation. A cosa è dovuta questa tua attenzione per le tematiche ambientali e per i diritti umani?
Innanzitutto nasce da molto lontano nel tempo, a quando la sostenibilità non era ancora tra i trend topic globali. Gli animali e la natura sono interessi che ho coltivato da sempre, poi si sono sviluppati parallelamente alla mia crescita professionale come attrice. Ho infatti sentito la responsabilità, come personaggio pubblico, di influenzare le persone su questi temi; i social, in questo senso, sono stati e sono tuttora un mezzo di comunicazione immediato e potente. Ho inoltre notato, sui miei canali, che erano soprattutto le nuove generazioni a seguirmi: dare eco a questi temi su Instagram, sensibilizzando in particolare un bacino d’utenza giovane, è uno dei miei modi di fare attivismo. Queste dinamiche comunicative sono impegnative, ma mi arricchiscono sul piano umano. La passione, nel tempo, è diventata una missione: ho quindi deciso di supportare Amnesty International e One Ocean Foundation. La collaborazione è sfociata in numerose progettualità incentrate sul rispetto del prossimo che mi hanno portata, ad esempio, a una serie di centri in Marocco dedicati alla tutela delle donne vittime di violenza. Per quanto riguarda One Ocean, va sottolineato il mio legame con l’acqua: sono cresciuta tra le località di mare di Nettuno e Anzio, nel Lazio, e nelle bellezze della Sicilia orientale, regione di appartenenza di mia madre; vien da sé, quindi, che il legame con questo elemento naturale sia per me viscerale. Insomma, non posso non essere sensibile alle condizioni in cui versa il mondo marino: l’essere umano, in una continua prevaricazione, sta distruggendo anche questo habitat. Ecco, dobbiamo smuovere le coscienze e lavorare a delle soluzioni senza rimandare, prima che sia troppo tardi.


Foto di Manuela Giusto.

Torniamo all’evento di Cittadellarte e Camera della Moda, focalizzandoci sulla moda sostenibile e sul rapporto tra etica ed estetica. Puoi esplicare il tuo impegno su questo fronte?
Personalmente, ove possibile, cerco di comunicare anche attraverso il mio modo di vestire. Ad esempio, quando ho proposto la performance al Fashion for Planet Open Parliament ho indossato il kimono di Tiziano Guardini, stilista molto attento alla sostenibilità. La moda, per me, non rappresenta solo un’industria commerciale, ma un modo per comunicare la nostra personalità. È gratificante, a questo proposito, avere un’identità nel vestire che sia in armonia con la sfera naturale e sociale; anche per questo sono felice di far conoscere brand che fanno della sostenibilità il loro punto di forza. L’aspetto etico può inoltre essere declinato in altri ambiti, come quello alimentare; a livello complessivo, con ogni scelta quotidiana possiamo fare la nostra parte per salvare il pianeta.


Foto di Paolo Palmieri.

Si dice che i vestiti che indossiamo siano la nostra seconda pelle. Il mondo dello spettacolo ti porta però a far uso di indumenti sempre differenti, in un costante cambio di capi di scena imprescindibile nel processo di caratterizzazione dei personaggi che interpreti. Qual è, in questo senso, il tuo rapporto con l’abito?
L’abito è una parte fondamentale del processo narrativo. Credo che il personaggio cominci realmente a costruirsi e a prendere vita solo quando c’è la prova costume: è in quell’istante che si crea l’identità. Personalmente lo ritengo un momento magico, in cui la persona reale si fonde con chi deve interpretare, diventando un tutt’uno con la sua controparte. Ciò che indossiamo veicola inoltre il carattere e il vissuto del personaggio e per questo do molta importanza anche ai dettagli, come gli accessori o i gioielli. Ti confido, però, che in determinate circostanze è stato complesso accettare degli abiti di scena, perché non sempre mi sentivo a mio agio. Ad esempio, per una serie TV, indossavo costumi dell’ottocento molto distanti dalla comodità a cui siamo abituati, tra corsetto, stivaletti e gonna di grandi dimensioni; eppure, il personaggio che interpretavo doveva essere molto dinamico. È stato stimolante lavorare e trovare un equilibrio su questi contrasti.


Foto di Manuela Giusto.

Ti sei laureata in Filosofia del Linguaggio presso l’università La Sapienza di Roma. In riferimento al linguaggio umano e ai suoi sistemi di comunicazione, come si può innestare un’efficace sensibilizzazione sociale sul tema della sostenibilità? Su questa scia, senti una responsabilità nei confronti della tua community?
I social network possono essere uno strumento importante, hanno un potenziale immenso: sono un medium immediato, anche se la frenesia che li caratterizza non dà tempo all’utenza di riflettere dettagliatamente sui contenuti. Io, in questo senso, sento la responsabilità di indirizzare la mia community sui temi di rilevanza globale, facendo da megafono a quello che la scienza dimostra. Basterebbe dare peso alle fonti autorevoli e ascoltare le figure competenti in materia per sapere che l’emergenza ambientale è reale: iniziamo persino ad avere segni tangibili della crisi climatica. Nessuno può nascondersi di fronte alle evidenze scientifiche.


Foto di Paolo Palmieri.

Nel film Don’t Look Up, che vede tra gli interpreti Jennifer Lawrence e Leonardo Di Caprio, viene satiricamente e allegoricamente trattata l’indifferenza dei governi e dei media sul riscaldamento globale. Nelle vesti di personaggio pubblico che spazia dalla televisione ai social network, credi che nel 2024 sia possibile bucare lo schermo ponendo sotto i riflettori la crisi climatica? O non c’è una sufficiente risonanza mediatica sul tema?
Purtroppo non c’è una sufficiente risonanza, bisognerebbe trattare maggiormente questi argomenti non solo sul piano mediatico, ma anche su quello politico. Sia chiaro, non per creare allarmismo, ma essere propositivi e fornire informazioni e strumenti a chi non ne ha. Come asserivo in precedenza, non è possibile proteggere qualcosa che non si comprende nella sua interezza. La conoscenza e la consapevolezza sono quindi i fattori chiave che possono portare ad attivarsi per un cambiamento. 


Foto di Manuela Giusto.

Volgiamo lo sguardo al futuro della Terra e dei suoi abitanti: se il nostro pianeta fosse un set cinematografico, in che condizioni verserebbe tra 100 anni? Le prospettive apocalittiche sono ineluttabili o può avvenire un colpo di scena?
Questo paragone è calzante: il nostro pianeta, come il set, è una bolla. Noi dovremmo prendercene cura per la buona riuscita del film, invece lo stiamo distruggendo. Pensiamo, ad esempio, alla deforestazione, che causa danni doppi: l’abbattimento di un albero non colpisce infatti la singola pianta, ma l’intero ecosistema. Per quanto concerne il futuro voglio essere positiva e credere nel deus ex machina. Lo stallo, però, porterà al disastro, perché non avverrà mai questo colpo di scena positivo se non ci impegniamo affinché avvenga.


Foto di Manuela Giusto.

Anna, in conclusione, facciamo scaturire una riflessione ispirandoci ai quadri specchianti, che costituiscono il fondamento dell’opera di Michelangelo Pistoletto. Avvalendoci, seppur su piani differenti, dello stesso medium, ti invito a guardarti allo specchio. Cosa vedi?
Anna, come attrice, si guarda un pochino di più allo specchio per esigenze professionali, anche per provare le parti e conoscere le sue inedite identità. Ma Anna, come persona, ha sempre avuto difficoltà a vedersi riflessa. Oggi, finalmente, ci riesco, perché, in un parallelismo teatrale, mi sono tolta un po’ di maschere. Quindi, rispondendoti, oggi vedo Anna, o forse qualcuno o qualcosa che le si avvicina. Cosa intendo? Credo che possiamo conoscere nel profondo noi stessi solo col passare del tempo. È un processo intimo, in continua evoluzione. Sono comunque certa che impegnarmi sulla sostenibilità attraverso i miei mezzi espressivi mi ricarichi, mi faccia stare meglio anche quando mi guardo allo specchio. In fondo, è bastata questa nostra conversazione per farmi scalpitare: un semplice confronto ha generato in me una preziosa linfa creativa che alimenterà nuovamente il mio desiderio di cambiare il mondo.


Crediti foto di copertina: Andrea Ciccalè (prima immagine); Paolo Palmieri (seconda immagine).