“Fashion for Planet” atto II, a Milano un parlamento ha ridato voce ai diritti della natura con una narrazione plurale
Ieri la Fondazione Pistoletto e CNMI hanno proposto a Palazzo Giureconsulti il secondo atto del "Fashion for Planet Open Parliament", una conversazione corale sui diritti della natura. L'appuntamento, moderato dal coordinatore accademico di Accademia Unidee Michele Cerruti But, ha visto la partecipazione di un parterre di relatori di differenti professionalità: gli ospiti e il pubblico, intervenuti per dare il proprio contributo e riflettere sul tema della moda sostenibile, si sono alternati in un mosaico di voci che ha toccato e approfondito differenti aspetti del settore, tra trasparenza e tracciabilità, normative e greenwashing, così come il ruolo dei sustainability manager delle imprese e quello dei buyer.

Mercoledì 20 settembre, Milano, cuore pulsante della moda della penisola italiana. La città, nonostante l’uggiosa giornata che flirtava con l’imminente autunno, era in fermento, immersa nei colori della stravaganza e nella creatività sfumata di innovazione della Fashion Week. A due passi dal Duomo, il più antico centro congressi della città, Palazzo Giureconsulti, è stato nuovamente contesto d’eccezione che ha ospitato numerosi eventi sul tema. Tra le iniziative in programma, ieri si è svolto anche il secondo atto del Fashion for Planet Open Parliament, dopo il primo tenutosi il 23 febbraio scorso (tutti i dettagli in un nostro precedente articolo). Anche in questa occasione l’incontro è stato organizzato da Cittadellarte – Fondazione Pistoletto con Fashion B.E.S.T. e CNMI – Camera Nazionale della Moda Italiana, che continuano a sviluppare la loro collaborazione nell’ottica di condividere, lavorare e valorizzare i principi per una moda più etica e sostenibile. Fashion for Planet atto II, che si è tenuto dalle 11 alle 18 nella Sala Parlamentino, è stato aperto al pubblico per dare la possibilità a tutti i partecipanti di portare una dichiarazione, una domanda, una riflessione, una proposta di fronte al parlamento convocato dalla moda e dall’arte per accogliere una conversazione corale sui diritti della natura. Il moderatore Michele Cerruti But, coordinatore accademico di Accademia Unidee, ha esordito presentando la finalità dell’evento e il contesto, ossia uno “straordinario luogo fondato sull’ascolto di voci, esperienze e pratiche, dove l’obiettivo è metterci da una parte in ascolto e dall’altra in libertà di parlare per conto della natura. Questo è un atto di grande responsabilità”. Successivamente è intervenuto il direttore di Cittadellarte Paolo Naldini, con un filmato registrato a New York, in occasione del Summit dei capi di Stato e di Governo sull’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’Onu e della presentazione dell’installazione del Terzo Paradiso allestita in uno dei prati che circondano il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite nella Grande Mela.

Le premesse di CNMI e del GARN
A seguire è intervenuta Paola Arosio, Head of New Brands & Sustainable Projects della Camera Nazionale della Moda Italiana: “Quando la Fondazione Pistoletto ci ha chiesto di collaborare a questo parlamento aperto della natura, abbiamo colto l’opportunità di riflettere insieme in questo palazzo che si pone come fashion hub”. Arosio ha poi definito l’importanza del simbolo trinamico: “Il nostro percorso sulla sostenibilità è iniziato 10 anni fa proprio grazie e attraverso il logo del Terzo Paradiso e Cittadellarte che ci hanno accompagnato nel nostro percorso. Per una realtà come la nostra parlare di sostenibilità – all’epoca ecologia – era visionario, ma con coraggio abbiamo iniziato. Non solo: Abbiamo così chiesto ai nostri brand di non essere competitor, ma fare sistema; così si è delineato il nostro tavolo di lavoro sulla sostenibilità che ha portato avanti progetti concreti. La forza di questa giornata – ha aggiunto – è il noi del Terzo Paradiso: se vogliamo ambire a qualcosa di importante dobbiamo lavorare insieme, senza egoismi e muovendoci come un unico corpo”. Il moderatore ha poi dato voce alla ‘squadra’ di Fashion B.E.S.T., che è intervenuta con una lettera il cui contenuto è stato condiviso dal fashion designer Tiziano Guardini, in cui venivano definiti gli obiettivi della giornata. Rimanendo tra i protagonisti del parlamentino, il testimone è passato al GARN – Global Alliance for the Rights of Nature con gli interventi di Rosa Jijon e Francesco Martone. I due relatori si sono soffermati su diversi casi studio: il Mar Menor in Spagna, che nel 22 settembre 2022 è stato riconosciuto come personalità giuridica con tanto di celebrazione comunitaria, un simbolico abbraccio collettivo; sul Confluence of European Waters, che mira a difendere i diritti dei corpi d’acqua europei; il tribunale dei diritti della natura sugli ecosistemi acquatici, che si occupa di casi delicati, come lo sversamento di sostanze tossiche nella Gulana francese. “Dobbiamo ricucire – così Martone – la rottura tra cultura, scienza e natura, promuovendo l’intrinseca relazione tra umano e non umano e riconoscendo l’esistenza di un pluriverso”. Jijon ha poi illustrato i passi avanti che sono stati fatti sui diritti della natura: “Nel 1972 si è tenuta a Stoccolma la prima conferenza Onu sullo sviluppo e l’ambiente e il Club di Roma ha pubblica il primo rapporto sui limiti della crescita con il testo di Christopher D. Stone; nel 2002 conferenza Rio+10 a Johannesburg; nel 2008 inserimento dei diritti della natura nella costituzione equadoriana; nel 2010 dichiarazione universale dei diritti della madre terra in Bolivia.; nel 2014 la nascita delll’International Tribunal on the Rights Of Nature e del GARN – Globale Alliance for the Rights of Nature”.


La sostenibilità tra relazione e linguaggio
Dalle voci nel dietro le quinte si è passati a quelle degli ospiti con l’intervento di Margot Sikabonyi, attrice e health coach, che ha riflettuto su cosa significa essere sostenibile: “Per me è una relazione, che implica che ci siano due entità che si confrontano. Per far sì che una relazione funzioni è fondamentale che entrambe le parti si rispettino e si capiscano non solo dal punto di vista mentale, ma empatico. Ecco, io sento che abbiamo perso la relazione con la natura. Stiamo divorziando dal pianeta Terra e quindi ci tocca andare in terapia. La natura ci parla, ma noi spesso non siamo in grado di ascoltarla. Per sentirla dobbiamo metterci nei suoi panni”. Rosita Celentano, artista e attivista, si è invece soffermata sull’importanza della parola nella società attuale: “Sui social e in televisione si susseguono slogan senza che se ne analizzi il contenuto. Pistoletto è d’ispirazione quando asserisce che lascerà in eredità uno spazio vuoto, perché a mio avviso le pause e i silenzi sono parti fondamentali nella nostra esistenza; al contrario i social network cercano sempre di sovrapporre e riempire il mondo di contenuti anche quando non necessari. Passiamo alla pratica – ha sottolineato – non limitandoci alle promesse: la natura siamo noi stessi e quindi abbracciamola con azioni responsabili nella nostra quotidianità”.

Business sostenibile e circolarità
Stefano Bassi
, Environmental Community Organizer di Patagonia, ha letto una lettera in cui invitava a operare in ragione della nostra appartenenza al mondo naturale, non considerandolo come un mero deposito di risorse. “Occorre – ha affermato – un modello di business sostenibile”. La content creator Noemi Tarantini si è invece soffermata sul legame tra arte e moda: “La moda ha abbracciato l’arte per nobilitarsi, ma si è trovata imbrigliata in una relazione tossica. Un rapporto sano fra questi due mondi può aiutare a ristabilire alcuni equilibri precari del pianeta”. La mattinata è proseguita con lo speech di Maria Teresa Pisani, Responsabile dell’unità Commercio Sostenibile e Outreach della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE), la quale ha affrontato il tema della circolarità, che “significa ridurre per un consumo responsabile, riciclare e riusare. Circolarità è ritenere valore nel sistema produttivo. Non dimentichiamo che le nostre risorse sono limitate: l’80% dei vestiti che compriamo e consumiamo finiscono nelle discariche o inceneriti, in Europa il 65%. Finiscono bruciati non dove vengono consumati, ma in paesi in via di sviluppo e aree povere”. Pisani ha poi messo in luce una delle missioni delle Nazioni Unite per ovviare alla criticità: “Nel deserto dell’Atacama nel nord del Cile vengono incenerite ogni anno 40mila tonnellate di vestiti. La soluzione non è a carico né del Cile né di chi esporta i nostri vestiti dismessi: dev’esserci una accordo congiunto. A questo lavora le Nazioni Unite, cosa si può fare in Cile e in Europa? In Cile si può bandire l’incenerimento dei vestiti che arrivano lì, bandendo le discariche abusive in quel deserto, ma c’è bisogno che il Paese adotti dei criteri per distinguere cos’è un abito di seconda mano da uno che è spazzatura. Quello second hand può diventare una risorsa e il Cile potrebbe diventare un hub di riciclo. In Europa, invece, servirebbero più infrastrutture per riciclare e occorrerebbe ridurre e consumare in modo responsabile tornando alle fibre naturali”.

La sostenibilità come valore e l’impatto ambientale della moda
Sono poi intervenute due giornaliste: la Sustainability & Fashion News Editor di Vogue Italia Elisa Pervinca Bellini (“La sostenibilità è un valore e la moda produce meraviglia. Sempre più spesso raccontiamo storie di innovatori che lavorano su materiali di qualità o di aziende che cambiano rotta in ottica responsabile; con Vogue continuiamo a dare spazio al talento di nuovi designer che lavorano con attenzione all’etica”) e la Senior Fashion & Digital Editor di L’Officiel Italia Giorgia Cantarini (“Durante la pandemia la sostenibilità e la creatività non erano sotto i riflettori mediatici, così mi sono impegnata a lavorare su progetti di stile sostenibile proposti a Pitti Immagine”). Lo speech seguente ha visto al microfono Gabriele Bonfiglioli, Presidente di Acqua Foundation, il quale è partito con una domanda: “Sapete quanta acqua sto indossando con il mio abito e la camicia? 6200 litri! Ecco, pensate all’impatto che ha la fast fashion a livello globale. Va considerato, inoltre, che l’acqua copre sì gran parte della superficie terrestre, ma quella utilizzabile per creare capi è molta meno: in proporzione, se l’acqua del pianeta fosse racchiusa in una bottiglia di un litro, quella utilizzabile starebbe in mezzo cucchiaino di caffè. La realtà che presiedo è nata 5 anni fa per contribuire a limitare la crisi idrica che viviamo a livello globale studiando soluzioni innovative. Dobbiamo essere consapevoli che l’acqua è un bene che va preservato e per far sì che passi questo messaggio comunichiamo e ci avvaliamo degli artisti”. Paolo Di Landro, docente di Accademia Unidee, si è concentrato sulla fast fashion e ha poi fatto una provocazione: “Quando insegno ricordo ai miei studenti che la moda non è copiare qualcun altro”. Uno stilista, a suo avviso, dovrebbe inoltre non creare per il cliente, ma ideare uno stile proprio, riconoscibile e unico. In un salto generazionale è stata data voce alla modella Chiara Scelsi, che, dialogando con Cerruti But, ha evidenziato quanto consideri importante nel suo lavoro indossare abiti realmente sostenibili: “Per me – ha affermato – la natura è vita”. María Fernanda Hernández, Head of Sustainability & Global Communications LUISAVIAROMA, ha poi puntato il dito contro una serie di criticità ambientali della moda: “Le industrie del settore stanno mettendo in ginocchio il pianeta: basta considerare l’impatto di CO2, l’inquinamento, la disparità di genere o lo spreco. È il momento di avviare un cambiamento ricordandoci che la responsabilità per portare a termine l’obiettivo è di tutti”.



Tra crisi climatica e attivismo
Lo scanno parlamentare ha poi dato spazio all’attivista di Cisaràunbelclima Clara Pogliani e alla climatologa Adele Zaini. “Quando mi è stato proposto di intervenire sul diritto della natura – così Pogliani – mi sono chiesta cosa trattare, non essendo una giurista. Ho così pensato al diritto del limite: è difficile definire cos’è un diritto, perché spesso si autoesplica. Un diritto è una prerogativa sul condurre una vita vivibile in tutti i suoi aspetti. In questa idea di vita è intrinseco il concetto di limite: se vogliamo garantire il diritto alla vita preservando le risorse dobbiamo pensare al limite. A questo proposito, un gruppo di scienziati nel 2009 ha cercato di definire i parametri per un diritto alla vita nell’Antropocene e sono arrivati a stilare 9 limiti planetari: perdita della biodiversità, flussi biochimici, inquinamento da sostanze chimiche, modifica del sistema agrario, utilizzo delle acque dolci, acidificazione degli oceani, riduzione dello strato di ozono e carico di aerosol atmosferici. Il dato allarmante – ha spiegato – è che secondo gli addetti ai lavori nel 2009 l’essere umano aveva superato 3 limiti su 9, mentre attualmente ne sono già stati oltrepassati 6”. Alle sue parole hanno fatto eco quelle di Zaini: “È la prima volta nella storia che una specie, la nostra, può modificare i parametri terrestri. La Terra, ad esempio, in 4miliardi e mezzo di anni non ha mai registrato una quantità così elevata come quella recente di acidità degli oceani, perché stiamo sfruttando ogni briciola di risorsa nel nostro pianeta. A volte si ritiene che l’essere umano e la natura siano entità separate, anzi si crede che quest’ultima sia a nostra disposizione per i ogni bisogno. Ma noi stessi siamo un pezzo di natura! Ciò che dà speranza è che noi siamo la causa dei nostri problemi e quindi possiamo essere la soluzione della crisi climatica”. L’ultimo intervento della mattinata è toccato ad Andrea Montanari, Associate Professor di Private Law all’Universitas Mercatorum di Roma, che si è focalizzato sulla rilevanza giuridica dell’ambiente. “Il tempo di aspettare è finito, non possiamo assistere in modo passivo al degrado degli ecosistemi”. In quest’ottica ha spiegato che è prevista una riforma che regolamenti l’emergenza ambientale: gli stati membri dell’UE dovranno far sì che entro il 2040 gli spazi verdi delle città aumentino di almeno il 3% della superficie arborea totale e del 5% entro il 2050.

L’intervento del direttore di Accademia Unidee e la proiezione di Junk
Il pomeriggio è iniziato con l’intervento del direttore dell’Accademia Unidee Francesco Monico: “La nostra accademia – ha esplicato – mette al centro della sua mission la sostenibilità, lavora sul contemporaneo, lo fa con l’arte e mette al centro le contemporary humanities. Ha un corso Triennale in Arti Visive per la trasformazione sociale e un Corso Triennale in Moda Sostenibile. Quest’ultimo ha ricevuto varie borse di studio tra cui quattro della Camera Nazionale della Moda perché serve a creare i nuovi professionisti della filiera moda sostenibile. È una grandissima e unica opportunità studiare finanziati dal sistema moda stesso ed entrare così nel mondo della moda”. A seguire è stato proiettato il primo episodio di Junk Armadi Pieni, che è stato presentato da Giulia Bassetto, che si occupa di consumo critico a Will Media. La docuserie, coproduzione Will Media e Sky Italia, è stata girata attraverso tre continenti per raccontare i luoghi dove i problemi della moda nascono (hub produttivi) e quelli in cui si accumulano lontano dal nostro sguardo; è Matteo Ward a guidare, con uno sguardo toccante e riflessivo, lo spettatore in sei puntate, ognuna dedicata ad un problema diverso causato dalla moda, girate in sei paesi diversi: Cile, Ghana, Bangladesh, Indonesia, India, Italia.

Tra greenwashing e tutela del capitale naturale
Dopo che è stato mostrato l’episodio, l’attenzione è tornata al parlamentino con il commento di Veronica Tonini, vicepresidente e amministratore delegato di ARB s.b.p.a., sul greenwashing, da lei definita “pratica fuorviante per tutte le parti del mercato. Si verifica quando vengono riportate affermazioni di sostenibilità che sono ingannevoli, non riflettendo in modo chiaro ed equo il profilo di un’azienda, di un prodotto o di un servizio. Il problema è che così si induce il consumatore a prendere scelte sbagliate”. Sullo stesso tema è intervenuta l’avvocato Milena Prisco: “Siamo in una fase di transizione, ma il greenwashing si sta già combattendo. Ricordiamoci – ha aggiunto – che il progresso è associato al PIL e va salvaguardato anche il nostro capitale naturale che risiede nella biodiversità, nelle risorse ambientali e nei territori. Esiste una tutela di questo capitale naturale a livello nazionale e internazionale ed esistono norme che impongono a livello comunitario un bilancio della sostenibilità”. È stata poi la volta del doppio intervento di Filippo Solinas (Head of Influencer Platform) e Kay Kamakhya (attivista e designer), che hanno sottolineato quanto sia prioritario agire, anche localmente, per ovviare alla criticità globale della fast fashion: “Prima di pensare a trovare soluzioni al problema, dobbiamo renderci conto che il problema siamo noi. E se non agiamo concretamente è perché in realtà non ci importa abbastanza della causa che crediamo di sostenere”.

Cooperare per la sostenibilità
Passando al tema educazione e formazione, Sergio Venuti, fashion designer e docente all’Accademia di Brera, ha invece condiviso una criticità: “Noto difficoltà negli studenti a cooperare, perché persiste l’individualismo che si è insinuato nella società dagli anni ’80 in poi. Così, però, si è incapaci di guardare in maniera più ampia al mondo che ci circonda (e la sostenibilità non è un’eccezione); non si lavora più per il bene comune, ma per quello individuale. Quando io tento di far collaborare due alunni a volte non riescono perché si vedono contro, sempre con un vincitore e un perdente. Uno contro l’altro. L’espressione creativa risulta spesso ‘mia’ e non ‘nostra’, ma di fatto non è così! Bisogna quindi spingere gli studenti a capire che misurarsi con l’altro è arricchente. Personalmente, con Michelangelo Pistoletto e Paolo Naldini ho lavorato su sistemi alternativi di progettazione e sulla moda che potranno essere utili anche alle nuove generazioni”. Marina Spadafora, Coordinator Fashion Revolution Italia & Sustainability Advisor ha proposto un parallelismo significativo: “Non sarà solo la bellezza a salvare il mondo, ma anche la natura. Dovremmo seguire l’esempio del mycelium: quando una pianta ha un problema, questa ‘notizia’ viene diramata attraverso la radice dei funghi. Il risultato? Altre piante donano magnesio all’albero in difficoltà. Così dovremmo fare noi: seguiamo la natura come grande alleata e grande maestra, perché ci insegna molto. Se vivessimo come fanno le piante, ossia collaborando, anche l’industria della moda potrebbe essere migliore”.


Ambiente e nutrimento
Il programma ha poi previsto gli interventi del Founder di Ara Lumiere ed Executive Director di Hothur Foundation Kulsum Shadab Wahab (“La natura e la moda si dovrebbero tenere per mano, al contrario spesso si distrugge la prima per il consumismo della seconda”), del responsabile scientifico di Legambiente Andrea Minutolo (“Per ottenere una sostenibilità a più livelli dobbiamo partire dal basso con una responsabilità collettiva, non servono soluzioni calate passivamente dall’alto; non a casa il nostro slogan è ‘pensare globalmente ma agire localmente’”) e dello Scientific e Organizational Coordinator di Tessile e Salute Marco Più (“La natura è il nostro secondo abito, ci protegge, ci scalda. Servono un passo legislativo sul suo diritto universale e un cambio di paradigma sul rapporto uomo-natura”). A seguire la moda è stata posta in relazione col tema del nutrimento: a riguardo sono intervenuti Armona Pistoletto, che ha letto la sua poesia Non ho voce¹, e il medico nutrizionista Francesco Andreoli, che si è focalizzato su una parola chiave, ‘poco’: “Viviamo in una società dove si ha spesso il frigo o l’armadio pieno. Nella moda come nel cibo dovremmo imparare ad acquistare non solo materie prime e prodotti di qualità, ma ciò che realmente ci serve”. In quest’ottica il moderatore Cerruti But ha specificato l’impostazione trasversale del parlamentino, infatti “nell’occasione odierna – ha specificato – la moda funziona come strumento per dare parola. Le voci messe sul tavolo dei diritti della natura sono tutte rilevanti e appropriate”.


Creatività ed errori
La parola chiave dell’intervento successivo è stata creatività: “Volgendo uno sguardo all’etimologia della parola – ha affermato Maria Elena Luisa Moioli (Marketing & Communications Coordinator di Biffi Boutiques e visual artist) – deriva dal verbo ‘creare’. Chi è la creatrice per eccellenza? La natura! Impariamo come a prenderci cura di chi pratica la creatività, come gli stilisti e gli artigiani, trasmettendo questo messaggio ai consumatori”. Moioli si è anche soffermata sull’importanza degli sbagli per generare qualcosa di nuovo: “Concedersi la libertà di commettere errori può condurre a sentieri inesplorati e a farci crescere sia come creativi sia come persone”. Dalla creatività si è passati all’upcycling con lo speech di Liwen Liang, fashion designer e artista (“A Londra in negozi che vendono abiti di seconda mano sono molto popolari: il second hand è una pratica semplice ma sostenibile che andrebbe diffusa maggiormente”), alla durabilità con la CEO & Founder di DressYouCan srl Caterina Maestro (“Ci si concentra sempre sulla creazione e sullo smaltimento degli abiti, ma c’è la fase intermedia, ossia quando il vestito viene usato. Ecco, pensiamo quindi a questa fase dando rilevanza alla durabilità del prodotto”) fino al ruolo della comunicazione con l’intervento della giornalista Viviana Musumeci (“C’è un aspetto da non trascurare: la moda non è costituita solo da prodotti fisici, ma anche immateriali. Le aziende del settore, per vendere, fanno leva sul nostro immaginario attraverso la comunicazione, in una continua droga di contenuti. L’immagine è potere, perché con la pubblicità si riesce a condizionare l’utente”).


Da caducità e spreco a resilienza e responsabilità
È stato poi il turno di Beppe Angiolini, presidente di Camera Buyer Italia: “La coscienza relativa alla moda sostenibile spesso si attiva solo di fronte a disastri. Non dobbiamo aspettare gli scandali o le tragedie. Noi buyer invece siamo il penultimo gradino del compratore finale, dobbiamo anche noi fare la nostra parte: non vendiamo solo un sogno di bellezza, ma dobbiamo essere testimoni di sostenibilità manifatturiera e umana. Insomma, non caducità, ma resilienza”. Si è poi passati al presidente di Confindustria Moda Ercole Botto Poala, che ha posto sotto i riflettori una controversia: “L’essere umano aspira al benessere. E dove c’è il benessere c’è lo spreco. Oggi i consumatori che vivono in questa condizione sono più di 1miliardo e spesso si trovano a comprare più mangiare e vestiti di quel che gli servono. Ed è proprio nel benessere che l’industria si sviluppa. Al di là di questo aspetto, ogni azione ha un impatto sull’ambiente: dobbiamo impegnarci, ad esempio, a sprecare meno anche nei piccoli gesti quotidiani”.

Ghiacciai, colorazioni, solidarietà e Venere degli stracci
Lorenzo Pesando, Project Manager di Glac-UP, ha sollevato poi un tema non ancora discusso al parlamentino, i ghiacciai: “Nell’immaginario collettivo sono grandi, candidi e maestosi, quasi indissolubili. Eppure anche loro risentono di questo mondo in decadenza: entro il 2100 avremo perso circa il 90% dei ghiacciai. Se pensiamo che gli scienziati li hanno rinominati termometri del cambiamento climatico capiamo quanto sia allarmante la situazione in cui ci troviamo”. Dai ghiacciai passiamo all’Amazzonia, con l’intervento della fashion designer Ana Tafur: “Dopo anni di ricerche sulle fibre naturali e sulle tinture naturali, sono andata a vivere con le comunità dell’Amazzonia, ho osservato il loro lavoro sulle colorazioni, poi ho portato le loro conoscenze in laboratorio. In questi processi è importante il rispetto per la natura: se una varietà cromatica non è presente in natura, dovremmo sceglierne un’altra, limitandoci a utilizzare ciò che la natura ci dà”. Arriviamo alla solidarietà, con Alfio Fontana, Corporate Partnership & CSR Manager di Humana People to People Italia: “Mi sono sentito chiamato in causa: circolarità, etica e diritti delle persone sono topic fondamentali. Humana si caratterizza per la raccolta degli abiti usati, abiti che i cittadini decidono di donare. Noi sentiamo grande responsabilità, perché chi dona sa che noi possiamo farci qualcosa di buono. Come continuano a essere risorsa quei capi? Noi alcuni li commercializziamo e gli utili che derivano da questi finanziano progetti solidali. Quelli che non si possono vendere vengono riciclati”. In conclusione sono intervenuti Mario di Giulio, Partner Pavia e Ansaldo Studio Legale e Vice Presidente di The Thinking Watermill Society, sulla relatività dei dati (“Spesso i dati nel mondo della moda non sono esatti. Non è ad esempio importante solo quanta acqua ho usato per fare una maglietta, ma quanta ne ho sottratto per altri fini. Il mio invito è cercare di capire che non esistono realtà assolute”) e Andrea Venier, CEO Officina+39, sulle ispirazioni avute per la sua impresa (“La Venere degli stracci di Pistoletto mi ha spinto oltre, a vedere il lato b degli stracci. Così con il mio team abbiamo pensato una tecnologia, Recycrom, una polvere colorante che prendiamo dagli scarti tessili”).


Wrap up e closing remarks del moderatore
Michele Cerruti But
ha calato il sipario sull’evento con una sintesi della moltitudine di voci del parlamento: “La vera domanda che è emersa è come promuovere i diritti della natura. Necessitiamo di precisione nel linguaggio, di positività della reazione – perché la critica non è abbastanza per innestare un cambiamento – e di collaborazione. La divisione tra natura e cultura – ha aggiunto – è la ragione per cui siamo qui a dirci che dobbiamo riconsiderare questa divisione. La natura è qualcosa con cui abbiamo bisogno di ricostruire un’interazione. Se dovessi individuare degli aspetti chiave – ha concluso il moderatore –, sono quattro i punti chiave emersi: lavorare dentro alla normativa, non facendo finta che le politiche non abbiano effetto; capire che c’è un’urgenza di educazione e formazione che devono fare i buyer, le aziende e noi individualmente; lavorare a una trasparenza per la verità; ripensare il ruolo del sustainability manager dentro alle imprese”. Olga Pirazzi, responsabile Ufficio Moda di Cittadellarte, ha concluso con un ringraziamento alla sua squadra e a tutti gli attori che hanno preso parte alla giornata. Cittadellarte Fashion B.E.S.T. analizzerà ora gli spunti e le riflessioni dei relatori per dare seguito concreto a questo atto II. Stay tuned!



Durante la giornata sono stati proiettati (oltre a Junk) anche i seguenti video: Pianeta Verde di Deproducers, Stefano Mancuso, Max Casacci; Milieu di Theresa Schubert; Water Bodies: Tigre Delta di Roberto Nino Betancourt.
¹ Non ho voce di Armona Pistoletto:
Non ho voce ma ci sento benissimo
Non ho voce ma ci vedo perfettamente
Non ho voce ma parlo la mia lingua
Non ho voce ma ho emozioni molto intense
Non ho voce ma quando passi mi spavento sempre
Non ho voce ma ho un fiuto spiccatissimo
Non ho voce ma non mangio in eccesso
Non ho voce ma non danneggio la tua esistenza
Non ho voce ma non spreco
Non ho voce ma se mi fai del male non posso farti sentire la mia sofferenza
Non ho voce ma se mi togli la tana non capisci quanto soffro
Non ho voce ma se porti via il mio cucciolo rimane un vuoto dentro di me che non ti auguro di
provare mai nella tua vita
Non ho voce, ma esisto, anche se non parlo
Non ho voce e non intendo parlare come te (non ci riuscirei mai), ma vorrei che capissi che in
questo mondo ci sono anch’io. Non riuscirò mai a far valere i miei diritti perché la vostra voce vale
più di tutti noi.
Non ho voce ma qualcuno oggi la sta portando per tutti noi, a tutti voi, in questo Parlamentino che
ha voce in capitolo. Grazie per avermi ascoltato e spero che questa voce oggi possa fare una eco.